Per la Chiesa cristiana primitiva l’attuale Testamento costituiva la Bibbia. Accanto a queste scritture, i «Detti del Signore» (logia), trasmessi dalla tradizione orale, hanno iniziato a godere di un’aura particolare. Inizialmente questi logia venivano trasmessi oralmente. Prima ancora che si cominciasse a scrivere le gesta di Gesù, già nelle Chiese locali esistevano professioni di fede e inni a testimonianza della morte e risurrezione di Gesù Cristo. Gli apostoli hanno ripreso tali tradizioni citandole nei loro scritti.
I più antichi scritti del cristianesimo primitivo, pervenuti a noi, sono le lettere dell’apostolo Paolo. Se ne faceva lettura nelle comunità e venivano trasmesse anche alle comunità vicine.
Dopo le lettere di Paolo, il Vangelo di Marco è la più antica testimonianza scritta della fede cristiana. Nella loro struttura e nel contenuto i Vangeli secondo Matteo e Luca sono strettamente legati a esso.
Per preservare la tradizione apostolica, trasmetterla e differenziarla da eresie, era necessario creare una raccolta di scritti neotestamentari, determinanti per la Chiesa. Nell’anno 367, in una lettera pasquale, il vescovo Atanasio di Alessandria elencava in modo vincolante tutti i 27 scritti del Nuovo Testamento. Questo canone fu confermato dai sinodi di Ippona (393) e Cartagine (397).
L’elaborazione di canoni per l’Antico e il Nuovo Testamento non sono soltanto il frutto di idee umane ma riflettono soprattutto la volontà divina.