Nelle sue delucidazioni in merito alla giustizia che procede dalla fede, l’apostolo Paolo cita affermazioni di profeti dell’Antico Testamento, precisamente Isaia 28, 16 e Gioele 2, 32. Egli scrive: «Con il cuore si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa confessione per essere salvati. Difatti la Scrittura dice: Chiunque crede in lui, non sarà deluso. Poiché non c’è distinzione tra Giudeo e Greco, essendo egli lo stesso Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che lo invocano. Infatti chiunque avrà invocato il nome del Signore sarà salvato» (Romani 10, 10-13). In considerazione del Vangelo, l’apostolo sottolinea l’unità tra l’Antico e il Nuovo Patto.
Alla consapevolezza contenuta nel Nuovo Testamento, che l’uomo è peccatore, accenna già l’Antico Testamento: «Ho peccato contro te, contro te solo, ho fatto ciò che è male agli occhi tuoi […] Ecco, io sono stato generato nell’iniquità, mia madre mi ha concepito nel peccato» (Salmi 51, 4-5). Difficilmente si può esprimere in modo più efficace la condizione del peccatore; qui non si denota nulla della presunta superiorità del giusto rispetto all’empio. Già ai tempi dell’Antico Testamento c’erano dunque delle persone che riconoscevano la necessità della loro redenzione.
Anche i capitoli di Isaia da 49 a 56 possono essere compresi come un’anticipazione del messaggio di grazia nel Vangelo. In Isaia 53, 4-6 si legge: «Tuttavia erano le nostre malattie che egli portava, erano i nostri dolori quelli di cui si era caricato; […] il castigo, per cui abbiamo pace, è caduto su di lui e mediante le sue lividure noi siamo stati guariti. [...] Ma il Signore ha fatto ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti».
Così come già nell’Antico Patto si trovano accenni al Vangelo, della predicazione del Vangelo nel Nuovo Patto fanno parte anche dei riferimenti alla Legge. Sia i Vangeli sia le lettere degli apostoli si occupano della Legge e della sua interpretazione.
Non si tratta di abolire la Legge, bensì di comprenderla giustamente, il che è possibile soltanto per mezzo del Vangelo di Gesù Cristo: «C’è un solo Dio, il quale giustificherà il circonciso per fede, e l’incirconciso ugualmente per mezzo della fede. Annulliamo dunque la legge mediante la fede? No di certo! Anzi, confermiamo la legge» (Romani 3, 30-31).
Cristo è il compimento e nello stesso tempo l’obiettivo della Legge; con ciò anche il concetto dell’Antico Patto che la Legge fosse la via che conduce alla salvezza, è giunto al termine (cfr. Romani 10, 4-5).
Mentre nell’Antico Patto si pensava che la Legge portasse alla vita e alla vittoria sul peccato, l’apostolo Paolo spiega che essa conduce solamente a riconoscere il peccato: «Io non avrei conosciuto il peccato se non per mezzo della legge; poiché non avrei conosciuto la concupiscenza, se la legge non avesse detto: Non concupire» (Romani 7, 7).
La legge mosaica, da un lato deve far comprendere all’uomo di essere peccatore e, dall’altro lato, gli insegna come agire rettamente. Nel comandamento dell’amore per Dio e per il prossimo, Gesù Cristo ha riassunto ciò che nella legge mosaica è sempre valido ed essenziale (cfr. Matteo 22, 37-40).
Perciò la «legge di Cristo» include elementi importanti della legge mosaica, la richiesta di amare Dio e il prossimo (cfr. Deuteronomio 6, 5; Levitico 19, 18), e ne evidenzia la funzione basilare. In tale contesto appaiono di nuovo chiaramente il contrasto e la convergenza tra la Legge e il Vangelo.
Nell’Antico Patto l’uomo devoto sperava di poter vincere il peccato grazie al proprio impegno di adempiere la legge mosaica, ma non vi poteva riuscire. Soltanto nella «legge di Cristo» la vittoria sul peccato diventa realtà.
L’uomo che ha ottenuto grazia è giustificato davanti a Dio; la giustificazione del peccatore è una conseguenza derivante dal sacrificio di Cristo: «Dunque, come con una sola trasgressione la condanna si è estesa a tutti gli uomini, così pure, con un solo atto di giustizia, la giustificazione che dà la vita si è estesa a tutti gli uomini» (Romani 5, 18).