Quando Dio si fece riconoscere da Mosè nel pruno ardente, gli disse il suo nome (cfr. Esodo 3, 14). Con questo atto, Dio rivelò nel contempo la sua natura. Il nome Jahwe, che Dio manifestò allora, può essere tradotto con «Sarò quel che sarò» o anche «Io sono colui che sono». In questo modo Dio si palesa come perfettamente identico a se stesso, immutabile ed eterno.
I giudei, per profondo rispetto, evitano di pronunciare il nome Jahwe. Nell’Antico Testamento, ogni volta che appare questo nome di Dio, essi continuano a utilizzare il termine Adonai (Signore) fino ai giorni odierni. In questo modo cercano di evitare ogni uso improprio, anche quello involontario, del nome di Dio.
L’Antico Testamento cita altri nomi di Dio. Per esempio si parla del «Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe», o del «Dio dei padri». Questi nomi si riferiscono all’intervento divino nel corso della storia ai tempi dei patriarchi. Inoltre Dio è chiamato «Signore degli eserciti»; qui con «eserciti» s’intendono gli angeli.
Dio è anche chiamato «Padre» (Isaia 63, 16). Quando Gesù insegnò a pregare, disse di rivolgersi a Dio con l’appellativo «Padre nei cieli» (Matteo 6, 9). L’appellativo «Padre» esprime che in ogni cosa l’uomo può affidarsi con amore filiale a Dio, dal quale è amato.
Nell’incarico missionario conferito agli apostoli (cfr. Matteo 28, 19) e nella benedizione menzionata in II Corinzi 13, 13 si nota che Dio è chiamato «Padre, Figlio e Spirito Santo». Questo nome rivela la natura di Dio con una chiarezza finora sconosciuta: Dio è trino; bisogna invocarlo e venerarlo quale Padre, Figlio e Spirito Santo. Non è accettabile parlare in modo sconveniente delle tre Persone divine.