Nell’Antico Testamento la denominazione «Signore» è usata soprattutto con riferimento al Dio d’Israele. Nel Nuovo Testamento questo titolo onorifico è attribuito anche a Gesù Cristo.
Nella lettera ai Romani si legge: «Perché, se con la bocca avrai confessato Gesù come Signore e avrai creduto con il cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvato» (Romani 10, 9). Da questo deriva l’espressione Kyrios Iesous (dal greco: «Signore [è] Gesù»), che rappresenta una delle più antiche professioni di fede della Chiesa primitiva. In ciò «Signore» non è un titolo rispettoso ma designa l’autorità divina di Gesù Cristo.
Dopo la risurrezione di Gesù, per i suoi discepoli e le sue discepole era diventata una certezza irremovibile che Gesù è «il Signore». L’apostolo Tommaso si rivolse al Risorto con le parole: «Signore mio e Dio mio!» (Giovanni 20, 28).
Quando Gesù è chiamato «il Signore», questo avviene anche per esprimere che in lui Dio stesso si è personificato.
Riferendosi alla caratteristica di Gesù quale Sovrano, l’apostolo Paolo scrive che essa supera tutti gli altri signori – anche l’imperatore romano che pretendeva di essere un dio: «Esponiamo la sapienza di Dio misteriosa e nascosta, che Dio aveva prima dei secoli predestinata a nostra gloria e che nessuno dei dominatori di questo mondo ha conosciuta; perché, se l’avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria» (I Corinzi 2, 7-8).
Essendo Gesù il Signore della gloria, l’invocazione del suo nome e la sua adorazione hanno una grande importanza (Filippesi 2, 9-11).