Il sinedrio dichiarò Gesù colpevole di bestemmia e lo condannò a morte. Come bestemmia fu considerato il fatto che lui affermava di essere Figlio di Dio.
Mentre davanti al sinedrio aveva luogo l’interrogatorio di Gesù, Pietro negava di essere un discepolo di Gesù o di conoscerlo (cfr. Luca 22, 54-62). Anche questo rinnegamento fece soffrire Cristo, ma ciononostante lui non rifiutò Pietro.
Dopo che Gesù fu condannato a morte, Giuda Iscariota si pentì del suo tradimento e volle riportare i 30 sicli d’argento ai capi dei sacerdoti: «Ho peccato, consegnandovi sangue innocente» (Matteo 27, 1-5). Dato che i sommi sacerdoti non vollero accettare il denaro, Giuda lo buttò nel tempio, se ne andò e si impiccò. Dalle sue parole si può desumere che lui non desiderava la morte di Cristo. Sebbene con il suo tradimento si fossero adempiute le Scritture (cfr. Matteo 27, 9-10; Geremia 32, 9; Zaccaria 11, 12-13), questo non lo esonera dalla responsabilità per il suo agire.