Il concetto di sacrificio esposto in Romani 12, 1 è da considerare alla luce del fatto che, per amore verso gli uomini, Gesù Cristo ha dato il suo corpo, ossia se stesso, quale offerta e sacrificio (cfr. Efesini 5, 2; Ebrei 10, 10). Agli occhi del credente il sacrificio di Gesù è santo e ineguagliabile; lui sa che soltanto il sacrificio di Cristo ha effetti per la redenzione.
Anche se nessun altro sacrificio può essere paragonato a quello del Signore, ugualmente la sua prontezza al sacrificio vale come esempio che chiede di essere imitato.
Già prima della sua passione e morte, nell’umiliazione di se stesso si manifestava la disponibilità di Cristo al sacrificio (cfr. Filippesi 2, 6-8). Il suo amore e la sua dedizione si mostravano già nel fatto che aveva abbandonato la magnificenza presso il Padre, si era spogliato del suo aspetto divino e si era abbassato a rivestire la natura umana. L’apostolo Paolo fa di questa indole la linea di condotta di ogni cristiano: «Non fate nulla per spirito di parte o per vanagloria, ma ciascuno, con umiltà, stimi gli altri superiori a se stesso, cercando ciascuno non il proprio interesse, ma anche quello degli altri» (Filippesi 2, 3-4). Ciò esige una disponibilità al sacrificio che deve manifestarsi anche nella vita della comunità.