Il sacrificio e il culto sacrificale avevano un’importanza rilevante in quasi tutte le religioni dell’antichità, anche in Israele. Si sacrificava per guadagnarsi i favori della divinità, per evitare delle punizioni, per giungere alla riconciliazione. I sacrifici erano offerti sotto molteplici forme.
I primi sacrifici menzionati nella Bibbia sono quelli dei figli di Adamo ed Eva: Caino sacrificò frutti del campo e Abele macellò animali del suo gregge (cfr. Genesi 4, 3-4). Dio osservò i due uomini e i loro sacrifici: accettò con benevolenza il sacrificio offerto con fede da Abele, mentre ricusò Caino e il suo sacrificio (cfr. Ebrei 11, 4 e Genesi 4, 4-5). A Dio dunque non piacciono tutti i sacrifici; a determinare se gradisce il sacrificio è la disposizione interiore di colui che glielo offre.
La legge mosaica prescriveva un culto sacrificale complesso e rigorosamente ritualizzato. Questo comprendeva l’offerta a Dio di olocausti, sacrifici di cibi, sacrifici di riconoscenza, sacrifici per il peccato e sacrifici per vari casi di colpevolezza (cfr. Levitico 1-7). Oltre a sacrifici quotidiani del mattino e della sera, in certi giorni dell’anno i sacerdoti offrivano sacrifici per il popolo, i quali servivano per coprire i peccati del popolo d’Israele. Inoltre, c’erano i sacrifici individuali che il singolo offriva per finalità diverse, per esempio per trasgressioni involontarie (cfr. Levitico 4 ss.) o per impurità corporali (cfr. Levitico 15, 14 ss.).
Attraverso il sacrificio di Cristo, l’intero culto sacrificale stabilito da Dio nell’Antico Testamento, stabilito da Dio, ha definitivamente perso il suo significato (cfr. Ebrei 8-10, 18).
Nel Nuovo Patto il sacrificio assume un’altra dimensione. Così l’apostolo Paolo esortò i cristiani a presentare i loro «corpi in sacrificio vivente, santo, gradito a Dio» (Romani 12, 1). Ciò significa condurre la vita secondo i criteri del Vangelo: il cristiano dedica l’intera sua vita a Dio.