Dio è un Essere spirituale, perfetto e assolutamente indipendente. È eterno, senza inizio e senza fine. Il Dio unico è il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.
Se si parla del «Padre, Figlio e Spirito Santo», non s'intendono tre divinità, bensì tre Persone che sono un unico Dio.
Esseri umani non possono descrivere Dio esaurientemente. Ma conosciamo tratti caratteristici di Dio: Lui è uno solo (unico), il Santo, l'Onnipotente, l'Eterno, è l'Amore, la Grazia, la Giustizia e l'Essere perfetto.
Esiste un solo Dio. La fede in un unico Dio è un'affermazione fondamentale dell'Antico e del Nuovo Testamento e perciò anche fondamentale per la fede cristiana.
L'insegnamento dell'esistenza di un solo Dio è chiamato "monoteismo". Religioni monoteistiche sono per es. il Cristianesimo, il Giudaismo, l'Islam.
"Così parla il Signore, re d'Israele e suo redentore, il Signore degli eserciti: Io sono il primo e sono l'ultimo, e fuori di me non c'è Dio" (Isaia 44, 6).
"Ascolta, Israele: Il Signore, nostro Dio, è l'unico Signore …" (Marco 12, 29).
Santità è la caratteristica della natura di Dio, della sua essenza e del suo operare. Santità comprende maestà, intoccabilità, l'essere distaccato dal quotidiano. Anche la parola di Dio e la sua volontà sono sante.
La santità di Dio santifica il luogo in cui Egli si manifesta.
"Santo, santo, santo è il Signore degli eserciti! Tutta la terra è piena della sua gloria!"
(Isaia 6, 3).
Dio può ogni cosa, nulla è per Lui impossibile. Nessuno può intralciare la volontà e l'agire di Dio.
La creazione dimostra chiaramente che Dio è onnipotente. Soltanto per mezzo della sua Parola è stata creata ogni cosa. Dal nulla Lui ha creato tutto ciò che noi uomini vediamo e anche quello che non possiamo vedere. Dalla sua onnipotenza farà nascere anche la nuova creazione.
Dell'onnipotenza di Dio fanno parte anche la sua onniscienza e onnipresenza.
"Egli rispose: Le cose impossibili agli uomini sono possibili a Dio" (Luca 18, 27).
"Per fede comprendiamo che i mondi sono stati formati dalla parola di Dio; così le cose che si vedono non sono state tratte da cose apparenti" (Ebrei 11, 3).
Dio è senza inizio e senza fine. Per Lui non esistono limitazioni temporali. Dio è il creatore e signore del tempo.
"Prima che i monti fossero nati e che tu avessi formato la terra e l'universo, anzi, da eternità in eternità, tu sei Dio" (Salmi 90, 2).
Già nell'Antico Patto Dio dimostrò di essere Colui che ama, avendo eletto il popolo d'Israele e liberandolo dalla prigionia in Egitto. A tutta l'umanità manifestò il suo amore, inviando suo Figlio per la salvezza di tutti gli esseri umani.
L'apostolo Giovanni scrisse: «Noi abbiamo conosciuto l'amore che Dio ha per noi, e vi abbiamo creduto. Dio è amore; e chi rimane nell'amore rimane in Dio e Dio rimane in lui» (I Giovanni 4, 16).
"Io ti amo di un amore eterno; perciò ti prolungo la mia bontà" (Geremia 31, 3).
"Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna" (Giovanni 3, 16).
Dio si china verso l'uomo con misericordia, grazia, clemenza e bontà (Salmi 103, 8). Che Dio offra grazia si dimostra soprattutto nel fatto che Lui si prenda cura dell'uomo vincolato dal peccato, e nel fatto che lo perdoni. A questo è connesso che Dio si è fatto uomo in Gesù Cristo.
Nessuno può meritarsi la grazia di Dio, essa è concessa come regalo.
Tutto ciò che Dio fa, è giusto; Lui non commette errori. «È un Dio fedele e senza iniquità. Egli è giusto e retto» (Deuteronomio 32, 4). Nella giustizia di Dio e nella sua affidabilità si può avere fiducia: «Fedele è colui che vi chiama, ed egli farà anche questo» (I Tessalonicesi 5, 24).
La giustizia di Dio si manifesta anche nelle leggi di causa ed effetto, come, per esempio, che l'uomo miete ciò che ha seminato (cfr. Galati 6, 7) e che il peccato ha per conseguenza la morte (cfr. Romani 6, 23).
Ma sopra ogni cosa sta la grazia di Dio. Anch'essa è parte della sua giustizia. Per mezzo di Gesù Cristo, il peccatore che meriterebbe la punizione può ottenere grazia: allora Dio non gli imputa più i suoi peccati e le sue trasgressioni.
"Il fondamento della tua parola è verità; tutti i tuoi giusti giudizi durano in eterno" (Salmi 119, 160).
"Signore, Dio onnipotente, veritieri e giusti sono i tuoi giudizi" (Apocalisse 16, 7).
"Sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, mediante la redenzione che è in Cristo Gesù" (Romani 3, 24).
Le opere di Dio sono buone, le sue vie sono giuste. Lui non agisce spinto da necessità o costrizioni qualsiasi, ma unicamente in base alla sua volontà perfetta. Dio è perfettamente libero nelle sue decisioni.
Della perfezione di Dio fa parte anche la verità. Presso Dio non c'è menzogna, nessun inganno, nessuna incertezza e nessuna differenza tra il volere e il fare.
L'uomo può percepire la perfezione di Dio in Gesù Cristo, perché Gesù Cristo è stato l'unico sulla terra ad aver vissuto senza peccato nel suo parlare e agire, senza errori. Lui era perfetto.
"La via di Dio è perfetta; la parola del Signore è purificata con il fuoco; egli è lo scudo di tutti quelli che sperano in lui" (Salmi 18, 30).
La «Trinità di Dio» significa che il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono un unico Dio. Perciò non sono tre divinità, bensì un solo Dio che si rivela in tre Persone.
Ci sono accenni riguardo alla Trinità di Dio nell'Antico e nel Nuovo Testamento. In base a queste testimonianze bibliche i cristiani credono nel Dio uno e trino.
Un primo accenno alla Trinità di Dio si trova in Genesi 1, 26: «Facciamo l'uomo a nostra immagine, conforme alla nostra somiglianza.» La forma del plurale «facciamo» indica l'agire del solo Dio sotto forma di più Persone.
A Mamre Dio apparve ad Abramo nelle sembianze di tre uomini (cfr. Genesi 18). Si vede in questo un accenno alla Trinità di Dio.
Lo stesso vale per la triplice benedizione («formula della benedizione sacerdotale») che Aaronne pronunciò sul popolo d'Israele (Numeri 6, 24-26).
"Il Signore ti benedica e ti protegga! Il Signore faccia risplendere il suo volto su di te e ti sia propizio! Il Signore rivolga verso di te il suo volto e ti dia la pace!" (Numeri 6, 24-26).
Quando Gesù, il Figlio di Dio, fu battezzato presso il Giordano, il cielo si aprì e lo Spirito Santo scese su di Lui come una colomba. Dai cieli il Padre attestò: «Tu sei il mio diletto Figlio; in te mi sono compiaciuto» (Marco 1, 11). Perciò il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo erano presenti insieme.
Le tre Persone divine sono menzionate anche nell'incarico battesimale che Gesù diede ai suoi apostoli: «Ogni potere mi è stato dato in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo» (Matteo 28, 18-19).
Anche la formula di benedizione in II Corinzi 13, 13 fa riferimento alla Trinità di Dio: «La grazia del Signore Gesù Cristo e l'amore di Dio [del Padre] e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi.»
La Trinità di Dio esiste sin dall'eternità. La dottrina della Trinità di Dio fu formulata nei concili di Nicea (325 d.C.) e Costantinopoli (381 d.C.).
La dottrina della Trinità di Dio è una delle affermazioni fondamentali della fede cristiana.
Padre, Figlio e Spirito Santo sono i nomi usati per le tre Persone divine. Benché siano distinguibili, sono ugualmente il Dio unico.
Nella tradizione cristiana si attribuisce a ognuna delle tre Persone divine una caratteristica saliente:
Dio, il Padre, è il Creatore del cielo e della terra.
Dio, il Figlio, è il Redentore che divenne uomo e portò il suo sacrificio per la redenzione dell'umanità.
Dio, lo Spirito Santo, è Colui che crea cose nuove: Lui ha cura che la salvezza di Dio sia resa accessibile agli uomini e che la nuova creatura giunga al compimento.
Se il termine "Padre" è usato con riferimento a Dio, vi si associano i concetti del creare, dell'autorevolezza e della cura premurosa. Dio è colui che ha creato e preserva ciò che ha fatto. Sotto questo aspetto ogni essere umano può usare l'appellativo "Padre" per Dio, il suo Creatore.
«Nel principio Dio creò i cieli e la terra» (Genesi 1, 1), ciò che è visibile, ossia la creazione materiale, è ciò che è invisibile. Tutto è sorto dall'operare di Dio nell'atto della creazione.
Dio creò dal nulla e senza un modello preesistente: «Dio […] chiama all'esistenza le cose che non sono» (Romani 4, 17). È Lui che formò pure cose ed esseri viventi dalla materia da Lui creata (cfr. Genesi 2, 7-8 e 19) e stabilì delle regole nel suo creato. A Lui è sottoposta ogni cosa che è stata creata.
"Dio il Signore formò l'uomo dalla polvere della terra, gli soffiò nelle narici un alito vitale e l'uomo divenne un'anima vivente. Dio il Signore piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi pose l'uomo che aveva formato. […] Dio il Signore, avendo formato dalla terra tutti gli animali dei campi e tutti gli uccelli del cielo, li condusse all'uomo per vedere come li avrebbe chiamati, e perché ogni essere vivente portasse il nome che l'uomo gli avrebbe dato" (Genesi 2, 7-8 e 19).
La creazione e le leggi poste in essa testimoniano della sapienza di Dio, della cui grandezza l'uomo non può farsi un'immagine. Con ammirazione il salmista esclama: «I cieli raccontano la gloria di Dio e il firmamento annunzia l'opera delle sue mani» (Salmi 19, 1).
Dio creò il mondo nei sei «giorni della creazione». Con «giorni della creazione» sono intesi dei periodi di una durata non meglio precisata. Un giorno nella creazione di Dio non è da intendere come un giorno secondo il nostro concetto del tempo.
In Genesi 2, 2 si legge: «Il settimo giorno, Dio compì l'opera che aveva fatta, e si riposò il settimo giorno da tutta l'opera che aveva fatta.»
"Per il Signore un giorno è come mille anni, e mille anni sono come un giorno" (II Pietro 3, dal versetto 8).
"Perché mille anni sono ai tuoi occhi come il giorno di ieri ch'è passato" (Salmi 90, 4).
La Bibbia riferisce che mediante la parola di Dio sono stati creati i cieli e la terra, la luce, l'aspetto della terra, il sole, la luna e le stelle, le piante, gli animali e l'uomo. E tutto era molto buono (cfr. Genesi 1, 31).
No, esiste anche una creazione divina invisibile. I suoi segreti, come anche Dio stesso, non possono essere scrutati dalle ricerche umane. Ma la Sacra Scrittura contiene accenni a domini, eventi, situazioni ed esseri viventi oltre la creazione materiale.
Della creazione invisibile fanno parte il regno in cui è il trono di Dio, gli angeli, l'anima immortale dell'uomo e il regno della morte.
All'inizio il diavolo era uno degli angeli e come tale apparteneva alla creazione invisibile. Questo angelo si ribellò contro Dio e, per via della sua disubbidienza, invidia e menzogna, insieme con il suo seguito fu espulso dal cielo e dalla comunione con Dio.
"Dio infatti non risparmiò gli angeli che avevano peccato, ma li inabissò, confinandoli in antri tenebrosi" (II Pietro 2, 4).
"Egli ha pure custodito nelle tenebre e in catene eterne, per il gran giorno del giudizio, gli angeli che non conservarono la loro dignità e abbandonarono la loro dimora" (Giuda 6).
Angeli sono esseri spirituali creati da Dio. Appartengono alla creazione invisibile. In certi casi, per volontà di Dio possono diventare visibili all'uomo.
Il compito degli angeli è quello di adorare Dio, di eseguire i suoi incarichi e di servirlo in tal modo.
L'amore di Dio per gli uomini si manifesta tra l'altro nel fatto che Lui manda gli angeli anche a servire gli uomini. Che soprattutto ai bambini sia concessa la protezione degli angeli è deducibile da Matteo 18, 10.
"Io sono l'angelo Raffaele, uno dei sette che stiamo davanti al Signore. […] Perché se sono stato con voi, per volontà di Dio ci sono stato: lui dunque benedite e cantatene le lodi" (Tobia 12, 15 e 18).
"Guardatevi dal disprezzare uno di questi piccoli; perché vi dico che gli angeli loro, nei cieli, vedono continuamente la faccia del Padre mio che è nei cieli" (Matteo 18, 10).
No, perché gli angeli agiscono sempre secondo la volontà di Dio: perciò non spetta a loro il ringraziamento o l'adorazione, bensì soltanto a Dio.
"Essi non sono forse tutti spiriti al servizio di Dio, mandati a servire in favore di quelli che devono ereditare la salvezza?" (Ebrei 1, 14).
L'uomo è un'unità di spirito, anima e corpo (I Tessalonicesi 5, 23). Il corpo è mortale e perciò appartiene alla creazione divina visibile. L'anima e lo spirito sono immortali e appartengono quindi alla creazione divina invisibile. Siccome l'anima e lo spirito continuano a esistere anche dopo la morte, è importante occuparsi degli aspetti invisibili.
L'atteggiamento che l'uomo assume sulla terra nei confronti di Dio avrà ripercussioni sull'esistenza nell'aldilà. Tale consapevolezza può contribuire a saper resistere alle tentazioni del diavolo e a condurre una vita secondo il compiacimento di Dio.
L'apostolo Paolo sottolinea l'importanza che hanno le cose invisibili nella nostra vita: «La nostra momentanea, leggera afflizione ci produce un sempre più grande, smisurato peso eterno di gloria, mentre abbiamo lo sguardo intento non alle cose che si vedono, ma a quelle che non si vedono; poiché le cose che si vedono sono per un tempo, ma quelle che non si vedono sono eterne» (II Corinzi 4, 17-18). Pertanto l'occuparsi delle cose invisibili aiuta a valutare meglio ciò che ci succede.
Bisogna occuparsi di ciò che è invisibile, volgendosi verso Dio e adorandolo.
Tuttavia, l'occuparsi delle cose invisibili sotto forma di evocazione degli spiriti o dei morti (spiritismo) è contrario alla volontà di Dio (cfr. Deuteronomio 18, 10 ss; I Samuele 28).
Con "spiritismo" s'intendono pratiche di evocazione di spiriti, soprattutto di spiriti di anime defunte.
"Non si trovi in mezzo a te … chi esercita la divinazione, né astrologo, né chi predice il futuro, né mago, né incantatore, né chi consulta gli spiriti, né chi dice la fortuna, né negromante, perché il Signore detesta chiunque fa queste cose" (Deuteronomio 18, 10-12).
L'uomo appartiene in ugual misura alla creazione visibile e a quella invisibile, avendo un aspetto materiale (il corpo) e un aspetto non materiale (l'anima e lo spirito).
Tra tutte le creature Dio ha dunque conferito all'uomo una posizione di rilievo, ponendolo in uno stretto rapporto con se stesso: «Poi Dio disse: "Facciamo l'uomo a nostra immagine, conforme alla nostra somiglianza, e abbia dominio sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutta la terra e su tutti i rettili che strisciano sulla terra." Dio creò l'uomo a sua immagine; lo creò a immagine di Dio; li creò maschio e femmina» (Genesi 1, 26-27).
Il termine "materiale" deriva da "materia" che significa "sostanza, essenza". "Materiale" si denomina ciò che è visibile, afferrabile nella sostanza e nella corporeità. "Non materiali", invece, sono le cose invisibili all'uomo, non tangibili, spirituali.
Con la sua parola Dio ha creato ogni cosa e ha chiamato l'uomo per nome. Significa che Dio rivolge all'uomo la parola ("Mangia pure …") e il suo amore. L'uomo può dare ascolto alle parole di Dio e contraccambiare il suo amore.
Dato che Dio parla all'uomo, si prende cura di lui e gli dona parte delle caratteristiche divine di amore, intelletto, immortalità; l'uomo è un'immagine a somiglianza di Dio.
Dio è indipendente e perciò perfettamente libero. Anche alla sua immagine, all'uomo, Lui ha dato la facoltà di decidere liberamente. Insieme con questa libertà, all'uomo è pure data la responsabilità per il suo agire (cfr. Genesi 2, 16-17).
"Dio il Signore ordinò all'uomo: Mangia pure da ogni albero del giardino, ma dell'albero della conoscenza del bene e del male non ne mangiare; perché nel giorno che tu ne mangerai, certamente morirai" (Genesi 2, 16-17).
Sì, l'uomo e la donna sono immagine di Dio nello stesso modo. Sotto questo aspetto entrambi hanno la stessa natura.
No. Il fatto che l'uomo sia stato creato a immagine di Dio non significa che dalla persona umana si possano dedurre la natura o le sembianze di Dio.
Nella sua esistenza l'uomo dipende da Dio.
All'uomo è data la facoltà di riconoscere Dio, il suo Creatore, di amarlo e di glorificarlo. Sotto questo aspetto l'uomo è orientato a Dio, indipendentemente che creda o che non creda in Lui.
Dio assegnò all'uomo il suo ambito vitale e gli affidò l'incarico di «rendersi soggetta» la terra, ossia di gestirla e di conservarla (cfr. Genesi 1, 26-28; Salmi 8, 6).
"Dio li benedisse; e Dio disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi; riempite la terra, rendetevela soggetta, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e sopra ogni animale che si muove sulla terra»" (Genesi 1, 28).
L'uomo è responsabile davanti a Dio, il Creatore, per come gestisce la creazione. Può servirsi della creazione liberamente, ma non in modo arbitrario. Quale immagine a somiglianza di Dio deve trattare ogni vita e lo spazio vitale così come corrisponde all'indole divina: con saggezza, bontà e amore.
No, nel giardino dell’Eden Dio, quale Creatore, Signore e Legislatore, comandò ad Adamo ed Eva di non mangiare dell'albero della conoscenza del bene e del male. In tal modo Dio esaminò come gli uomini avrebbero agito riguardo alla libertà di decisione che era loro conferita nella propria condizione di immagine di Dio. Contemporaneamente li mise in guardia dalle conseguenze di una trasgressione di questo comandamento.
Per influsso del maligno, che si presentò loro sotto forma di serpente, i primi uomini furono portati in tentazione e trasgredirono il comandamento dato da Dio. In questo momento l'uomo divenne peccatore.
Il primo peccato ebbe per conseguenza la separazione da Dio, la morte spirituale. Adesso l'uomo deve vivere sulla terra una vita piena di preoccupazioni, una vita che termina con la morte del corpo (cfr. Genesi 3, 16-19).
Dal momento del primo peccato l'uomo è un essere peccaminoso, ossia è soggetto al peccato e perciò incapace di vivere senza peccare.
"Il suolo sarà maledetto per causa tua; ne mangerai il frutto con affanno, tutti i giorni della tua vita. … perché sei polvere e in polvere ritornerai" (Genesi 3, 17-19).
Da solo l'uomo non può togliere lo stato di separazione da Dio. Ma, pur essendo peccatore, non rimane privo di consolazione e sostegno da parte di Dio. Dio non lo lascia nella morte spirituale: con l'incarnazione di Dio in Gesù Cristo, con il suo sacrificio, la sua morte e la sua risurrezione, Dio ha creato per tutti gli uomini la possibilità di essere salvati dalla morte spirituale.
L'uomo riceve un primo indizio al sacrificio di Cristo, quando Dio dice al serpente: «Io porrò inimicizia fra te e la donna, e fra la tua progenie e la progenie di lei; questa progenie ti schiaccerà il capo e tu le ferirai il calcagno» (Genesi 3, 15).
Lo spirito, l'anima e il corpo sono in relazione tra loro, si pervadono e si influenzano a vicenda.
Il corpo nasce dal concepimento; è partecipe alle particolarità e alle sembianze dei genitori. L'anima è creata direttamente da Dio; così Dio agisce anche attualmente ed è il Creatore di ogni singola persona.
Con l'anima e lo spirito, i quali nella Bibbia non sono distinti chiaramente, l'uomo è in grado di prendere parte al mondo spirituale, di riconoscere Dio e di stare in contatto con Lui.
"Anima" e "spirito": l'anima immortale non deve essere fraintesa con la psiche dell'uomo, la quale nel linguaggio comune sovente viene anche chiamata "anima". Allo stesso modo, bisogna distinguere lo "spirito" dall’intelletto.
Il corpo dell'uomo è mortale, l'anima e lo spirito sono immortali. Dopo la morte del corpo, l'uomo continua a vivere come unità di anima e spirito. Ciò che caratterizza la sua persona non svanisce con la morte. La sua personalità si esprime allora nell'anima e nello spirito.
Alla risurrezione dei morti, l'anima e lo spirito saranno uniti a un nuovo corpo, proprio della risurrezione.
Dio, il Figlio, è la seconda Persona della Trinità divina. Tra Dio, il Padre, e Dio, il Figlio, non c'è una graduatoria, anche se i termini "Padre" e "Figlio" potrebbero darlo a intendere. Il Padre e il Figlio sono vero Dio nello stesso modo, la loro natura è identica.
In Gesù Cristo, Dio, il Figlio, si è fatto uomo, rimanendo nello stesso tempo Dio. Nacque a Betlemme dalla vergine Maria.
"In quel tempo uscì un decreto da parte di Cesare Augusto, che ordinava il censimento di tutto l'impero. Questo fu il primo censimento fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi registrare, ciascuno alla sua città. Dalla Galilea, dalla città di Nazaret, anche Giuseppe salì in Giudea, alla città di Davide chiamata Betlemme, perché era della casa e famiglia di Davide, per farsi registrare con Maria, sua sposa, che era incinta. Mentre erano là, si compì per lei il tempo del parto; ed ella diede alla luce il suo figlio primogenito, lo fasciò, e lo coricò in una mangiatoia, perché non c'era posto per loro nell'albergo. In quella stessa regione c'erano dei pastori che stavano nei campi e di notte facevano la guardia al loro gregge. E un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore risplendé intorno a loro, e furono presi da gran timore. L'angelo disse loro: «Non temete, perché io vi porto la buona notizia di una grande gioia che tutto il popolo avrà: Oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è il Cristo, il Signore. E questo vi servirà di segno: troverete un bambino avvolto in fasce e coricato in una mangiatoia.» E a un tratto vi fu con l'angelo una moltitudine dell'esercito celeste, che lodava Dio e diceva: «Gloria a Dio nei luoghi altissimi, e pace in terra agli uomini ch'egli gradisce!»" (Luca 2, 1-14).
Nell'Antico Testamento troviamo tra l'altro la rivelazione del profeta Isaia: «Ecco, la giovane concepirà, partorirà un figlio, e lo chiamerà Emmanuele» (Isaia 7, 14).
Il profeta Michea annunciò il luogo di nascita di Gesù: «Ma da te, o Betlemme, Efrata, piccola per essere tra le migliaia di Giuda, da te mi uscirà colui che sarà dominatore in Israele, le cui origini risalgono ai tempi antichi, ai giorni eterni» (Michea 5, 1).
Isaia profetizzò di Gesù, attribuendogli dei nomi che evidenziano le sue caratteristiche uniche e straordinarie: «Poiché un bambino ci è nato, un figlio ci è stato dato, e il dominio riposerà sulle sue spalle; sarà chiamato Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre eterno, Principe della pace» (Isaia 9, 5).
"… Dio mandò suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge" (Galati 4, 4); vedi anche la domanda 4.
A preparare la via a Gesù fu Giovanni il battista, che fu il suo precursore, annunciato da Dio (cfr. Malachia 3, 1). Predicò il ravvedimento e annunciò Gesù, il Redentore: «Io vi battezzo con acqua, in vista del ravvedimento; ma colui che viene dopo di me è più forte di me, e io non sono degno di portargli i calzari; egli vi battezzerà con lo Spirito Santo e con il fuoco» (Matteo 3, 11).
Giovanni il battista fu il primo di cui la Bibbia riferisce che designò Gesù espressamente come Figlio di Dio e che predicava questo al popolo.
"Vi fu un uomo mandato da Dio, il cui nome era Giovanni. Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, affinché tutti credessero per mezzo di lui. Egli stesso non era la luce, ma venne per rendere testimonianza alla luce" (Giovanni 1, 6-8).
"E io ho veduto e ho attestato che questi è il Figlio di Dio" (Giovanni 1, 34).
Quando Gesù venne da lui, Giovanni disse: «Ecco l'Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo!» Il giorno seguente, Giovanni era di nuovo là con due dei suoi discepoli e, vedendo passare Gesù, disse di nuovo: «Ecco l'Agnello di Dio!» Allora questi due uomini seguirono Gesù e divennero suoi discepoli (cfr. Giovanni 1, 29 e 36-37).
La denominazione "Agnello" presenta Gesù quale il Redentore e ricorda Isaia 53, 7: «Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la bocca. Come l'agnello condotto al mattatoio.» Nell'Antico Testamento gli agnelli contavano sin dai tempi più remoti tra gli animali da sacrificio preferiti. L'immagine dell’«Agnello di Dio» offerto in sacrificio è un accenno al sacrificio e alla morte di Gesù Cristo.
Con il suo sacrificio meritorio, il Figlio di Dio creò la via affinché i peccatori potessero essere salvati dalla morte spirituale e ottenere la vita eterna: «In questo si è manifestato per noi l'amore di Dio: che Dio ha mandato il suo Figlio unigenito nel mondo, affinché, per mezzo di lui, vivessimo. In questo è l'amore: non che noi abbiamo amato Dio, ma che egli ha amato noi, e ha mandato suo Figlio per essere il sacrificio propiziatorio per i nostri peccati» (I Giovanni 4, 9-10).
"Unigenito Figlio" significa che Gesù Cristo, il Figlio di Dio, è uno solo ed eterno.
Il Figlio di Dio non è una creatura come lo è l'uomo; non è neppure paragonabile agli angeli, i quali hanno un inizio: Lui è senza inizio e senza fine, è Dio e con ciò uguale al Padre e allo Spirito Santo. Da sempre, ossia già prima della creazione, Lui è dunque in comunione con il Padre e con lo Spirito Santo (preesistenza).
Riferito a Gesù, il termine "preesistenza" significa che il Figlio di Dio esiste sin dall'eternità, ossia già prima della creazione del mondo e prima di diventare uomo.
Dio ha creato ogni cosa tramite la sua Parola ("Dio disse", cfr. Genesi 1, 3) e ha predisposto tutto in modo intelligente. Sotto questo aspetto la Parola è l'origine dalla quale tutto procede.
Nel primo capitolo del Vangelo di Giovanni la denominazione "Parola" (dal greco logos) è usata anche per il Figlio di Dio. Con questo si accenna al fatto che Dio, il Figlio, è Creatore nello stesso modo come lo è Dio, il Padre, e Dio, lo Spirito Santo.
"Nel principio era la Parola, la Parola era con Dio, e la Parola era Dio. Essa era nel principio con Dio. Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei; e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta. […] E la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre" (Giovanni 1, 1-3 e 14).
In Giovanni 1, 14 si esprime che il Figlio di Dio (la «Parola») è diventato «carne», cioè vero uomo. Lui nacque a Betlemme e nella sua infanzia visse a Nazaret, dove imparò il mestiere di falegname. Morì a Gerusalemme, crocifisso sul Golgota.
Sì, secondo la sua natura umana Gesù Cristo era uguale agli altri esseri umani. Nelle sue condizioni di uomo aveva un corpo con le rispettive necessità. Nel deserto era affamato, aveva sete quando venne al pozzo di Giacobbe. Alle nozze di Cana si rallegrava con chi era gioioso. Soffriva con chi era triste e pianse quando il suo amico Lazzaro morì. Pianse anche quando si trovava davanti a Gerusalemme e la gente non lo riconosceva quale Figlio di Dio. Le percosse dei soldati lo fecero soffrire.
Ma si distinse dagli uomini perché venne al mondo privo di peccato e non peccava mai. Era ubbidiente a Dio, il Padre, fino alla morte sulla croce.
No, sulla terra era nello stesso tempo uomo e Figlio di Dio, ossia vero Dio.
Gesù Cristo è vero uomo e vero Dio: ha due sembianze, una natura umana e una natura divina.
Soltanto come vero Dio Gesù Cristo poté dire: «Io e il Padre siamo uno» (Giovanni 10, 30) ed esprimere così la sua natura identica a quella del Padre.
Al momento del battesimo di Gesù presso il Giordano, sì udì una voce dal cielo: «Questo è il mio diletto Figlio, nel quale mi sono compiaciuto» (Matteo 3, 17). Anche in occasione della trasfigurazione di Gesù, Dio evidenziò che Gesù è suo Figlio: «Questo è il mio Figlio diletto, nel quale mi sono compiaciuto; ascoltatelo» (Matteo 17, 5). Anche le parole di Gesù: «Chi ha visto me, ha visto il Padre» (Giovanni 14, 9) attestano che Lui è Dio.
I miracoli da Lui compiuti dimostrano che Gesù Cristo è vero Dio. La natura gli era sottomessa, perché sedò una tempesta e camminò sul lago di Gennesaret. Si rivelò essere signore sulla vita e sulla morte, guarendo malati e risuscitando dei morti. Moltiplicando pane e pesci per dare da mangiare a migliaia di persone e mutando acqua in vino, le sue opere erano superiori a tutto quello di cui sono capaci gli uomini. Era signore sul peccato: tante volte perdonava i peccati.
Dio "è stato manifestato in carne" (I Timoteo 3, 16).
"Egli [Gesù Cristo] è il vero Dio e la vita eterna" (I Giovanni 5, 20).
Il nome "Gesù" significa: "Dio salva".
Quando l'angelo Gabriele annunciò la nascita di Gesù, indicò anche il nome del bambino. Disse a Maria: «Ecco, tu concepirai e partorirai un figlio, e gli porrai nome Gesù» (Luca 1, 31). Anche a Giuseppe fu detto come il bambino doveva chiamarsi: «[…] e tu gli porrai nome Gesù, perché è lui che salverà il suo popolo dai loro peccati» (Matteo 1, 21).
Così, già nell'attribuzione del nome si evidenzia che Gesù è il Salvatore e Redentore promesso.
Nelle sue opere Gesù Cristo si manifestò quale Redentore (ossia Salvatore) inviato da Dio: «I ciechi ricuperano la vista e gli zoppi camminano; i lebbrosi sono purificati e i sordi odono; i morti risuscitano e il vangelo è annunciato ai poveri» (Matteo 11, 5). Che Gesù Cristo è il Redentore si dimostra soprattutto nel fatto che annunciava la volontà di Dio e sacrificò la sua vita per la redenzione degli uomini, per la loro liberazione da peccati e colpe.
Sì, la redenzione è possibile soltanto tramite Gesù Cristo. Unicamente in Lui la salvezza è accessibile per l'essere umano.
"In nessun altro è la salvezza; perché non vi è sotto il cielo nessun altro nome che sia stato dato agli uomini, per mezzo del quale noi dobbiamo essere salvati" (Atti degli apostoli 4, 12).
Con "titoli onorifici" s'intendono nomi e denominazioni attribuiti al Figlio di Dio, con i quali nella Sacra Scrittura si accenna a diverse caratteristiche della sua natura straordinaria.
Titoli onorifici si danno a persone di alto rango e meritevoli, come per es. a un re o a un imperatore.
"Cristo" deriva dalla lingua greca (Christos) e tradotto significa "Unto".
Ai tempi dell'Antico Testamento i re venivano unti con olio (cfr. Salmi 20, 6); in questo atto avveniva la consacrazione per il loro servizio sacro. Gesù è chiamato "Unto", perché è il Signore sovrano di ogni cosa, perché riconcilia l'umanità con Dio e annuncia la volontà di Dio.
Il titolo onorifico di "Cristo" è connesso con Gesù così strettamente che è diventato un nome proprio: Gesù Cristo.
"Messia" viene dalla lingua ebraica e tradotto significa anch'esso "l'Unto". Nel Nuovo Testamento si attesta espressamente che Gesù di Nazaret è il Messia atteso da Israele.
Nell'Antico Testamento la denominazione "Signore" è usata soprattutto con riferimento a Dio. Nel Nuovo Testamento questo titolo onorifico è dato anche a Gesù Cristo. In tal caso la denominazione "Signore" caratterizza l'autorità divina di Gesù Cristo; è dunque ben più di un semplice appellativo rispettoso. Quando Gesù è chiamato «il Signore» questo avviene anche per esprimere che Gesù è Dio.
Quando si usa "Figlio dell'uomo" come titolo onorifico, non s'intende il figlio di un uomo, ma un Essere celeste che governa sugli uomini e li giudica.
Ai tempi di Gesù, nelle cerchie di giudei devoti si aspettava il «Figlio dell'uomo», al quale Dio avrebbe affidato il governo del mondo. Secondo Giovanni 3, 13 Gesù si fa riconoscere come questo Figlio dell'uomo che è disceso dal cielo. Come tale ha autorità di perdonare i peccati e di salvare (cfr. Matteo 9, 6).
"Perché il Figlio dell'uomo è venuto per cercare e salvare ciò che era perduto" (Luca 19, 10).
Sì, la Sacra Scrittura cita altri titoli onorifici per Gesù: "Emmanuele", "Servo di Dio", "Figlio di Davide".
Il nome ebraico Emmanuele significa «Dio con noi». Gesù Cristo porta il titolo onorifico di "Emmanuele", perché in Lui Dio è tra gli uomini e offre loro il suo aiuto.
La denominazione "servo di Dio" si trova nella Sacra Scrittura come titolo di persone emergenti che stanno al servizio di Dio. Se Gesù è chiamato "Servo di Dio", questo vale come accenno al suo servire e alle sue sofferenze a favore degli uomini.
"Figlio di Davide" è una denominazione per Gesù Cristo, usata nel Nuovo Testamento. Già all'inizio del Vangelo di Matteo si legge: «Genealogia di Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio di Abraamo» (Matteo 1, 1). Ciò significa che in Gesù Cristo sono adempiute le promesse che furono date a Davide (cfr. II Samuele 7; Atti degli apostoli 13, 32-37).
Gesù Cristo agiva come Re, Sacerdote e Profeta.
Nel caso di un re si pensa al governare e regnare. Ai tempi dell'Antico Testamento il sacerdote agiva per la riconciliazione degli uomini con Dio. Un profeta annuncia la volontà di Dio e predice eventi futuri. Gesù Cristo realizzava tutto questo in modo perfetto.
Al suo ingresso in Gerusalemme Gesù si diede a riconoscere quale Re della pace e della giustizia. Anche davanti a Pilato, rappresentante a Gerusalemme dell'Impero romano, Gesù attestò di essere re e testimone della verità.
Ma la funzione reale di Gesù non si riferisce a un regno terreno e non diventa neppure visibile con una rivelazione di potere esteriore. Che Lui sia Re si evidenzia nella plenipotenza con cui agiva e nella forza grazie alla quale compiva segni e miracoli.
La dignità reale di Gesù Cristo è evidenziata anche nell'Apocalisse di Giovanni: Gesù Cristo è «il principe dei re della terra» (Apocalisse 1, 5).
"Allora Pilato gli disse: «Ma dunque, sei tu re?» Gesù rispose: «Tu lo dici; sono re; io sono nato per questo, e per questo sono venuto nel mondo: per testimoniare della verità. Chiunque è dalla verità ascolta la mia voce»" (Giovanni 18, 37).
Re importanti nella storia del popolo d'Israele sono:
Il compito più importante dei sacerdoti ai tempi dell'Antico Testamento era di offrire a Dio sacrifici per indurlo alla clemenza. Gesù Cristo è un Sacerdote che sta sopra tutti gli altri; Egli è il vero sommo sacerdote. Sacrificò la sua vita priva di peccati, affinché gli uomini potessero essere salvati dalla morte spirituale e ottenere la vita eterna.
Ai tempi dell'Antico Testamento i sommi sacerdoti avevano il compito di portare i peccati degli uomini davanti a Dio. A questo scopo, una volta all'anno, al Giorno dell'espiazione, con invocazioni entravano nel luogo più sacro del tempio (il «Santissimo»). A differenza dei sommi sacerdoti dell'Antico Patto, Gesù Cristo non aveva bisogno di essere riconciliato con Dio: anzi, Lui stesso è il Conciliatore e colui che perdona i peccati.
Importanti sacerdoti nella storia del popolo d'Israele sono:
Dio aveva promesso a Mosè: «Io farò sorgere per loro un profeta come te in mezzo ai loro fratelli, e metterò le mie parole nella sua bocca ed egli dirà loro tutto quello che io gli comanderò» (Deuteronomio 18, 18). Con questo profeta è inteso Gesù Cristo.
Quale Profeta Gesù Cristo annuncia la volontà di Dio. Lui indica la via della vita e rivela cose future. Nei suoi discorsi di commiato promette lo Spirito Santo. Nel libro dell'Apocalisse predice il decorso degli avvenimenti fino alla nuova creazione.
Le sue affermazioni valgono in eterno: «Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno» (Marco 13, 31).
"Perché allora vi sarà una grande tribolazione, quale non v'è stata dal principio del mondo fino ad ora, né mai più vi sarà. Se quei giorni non fossero stati abbreviati, nessuno scamperebbe; ma, a motivo degli eletti, quei giorni saranno abbreviati" (Matteo 24, 21-22).
"Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle; sulla terra, angoscia delle nazioni, spaventate dal rimbombo del mare e delle onde; gli uomini verranno meno per la paurosa attesa di quello che starà per accadere al mondo; poiché le potenze dei cieli saranno scrollate. Allora vedranno il Figlio dell'uomo venire sulle nuvole con potenza e gloria grande. Ma quando queste cose cominceranno ad avvenire, rialzatevi, levate il capo, perché la vostra liberazione si avvicina" (Luca 21, 25-28).
Importanti profeti nella storia del popolo d'Israele sono:
Nel Nuovo Testamento, nei quattro Vangeli secondo Matteo, Marco, Luca e Giovanni, si parla della vita e dell'operare di Gesù Cristo. Tuttavia, gli evangelisti (autori dei Vangeli) non intendevano scrivere la storia della vita di Gesù; volevano piuttosto affermare la fede nel fatto che Gesù di Nazaret è il Messia.
Il Figlio di Dio nacque quale essere umano dalla vergine Maria a Betlemme. La sua nascita è raccontata dai Vangeli secondo Matteo e Luca. Gesù nacque nel periodo in cui Erode governava quale re nella Giudea e Augusto era imperatore a Roma.
Gesù visse davvero; è un personaggio della storia universale e non una figura dal mondo della fantasia e della leggenda.
L'angelo Gabriele portò alla vergine Maria il messaggio: «Ecco, tu concepirai e partorirai un figlio, e gli porrai nome Gesù. Questi sarà grande e sarà chiamato Figlio dell'Altissimo, e il Signore Dio gli darà il trono di Davide, suo padre. Egli regnerà sulla casa di Giacobbe in eterno, e il suo regno non avrà mai fine» (Luca 1, 31-33).
L'angelo spiegò pure a Maria che sarebbe rimasta incinta per opera dello Spirito Santo: «Lo Spirito Santo verrà su di te e la potenza dell'Altissimo ti coprirà dell'ombra sua; perciò, anche colui che nascerà sarà chiamato Santo, Figlio di Dio» (Luca 1, 35).
Maria era la madre naturale di Gesù e Giuseppe lo accolse come figlio. Per questo motivo anche Giuseppe è menzionato nella genealogia di Gesù.
"Gesù […] era figlio, come si credeva, di Giuseppe, di Eli" (Luca 3, 23).
L'imperatore Augusto aveva indetto un censimento della popolazione. Allora ciascuno doveva recarsi nella «sua città», ossia nella località di provenienza della sua famiglia. Giuseppe, che era un discendente di Davide, andò dunque con Maria nella «città di Davide», a Betlemme, ma non vi trovarono un alloggio. Si presume che Maria abbia dato alla luce suo figlio in una stalla, perché lo coricò in una mangiatoia: «Ella diede alla luce il suo figlio primogenito, lo fasciò, e lo coricò in una mangiatoia, perché non c'era posto per loro nell'albergo» (Luca 2, 7).
Questi avvenimenti testimoniano che Dio si fece uomo in condizioni di povertà.
Apparvero degli angeli, i quali annunciarono la lieta notizia a pastori che sorvegliavano il proprio gregge in un campo presso Betlemme: «Oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è il Cristo, il Signore» (Luca 2, 11; cfr. anche Michea 5, 1).
Nel Vangelo di Matteo si racconta che vi fu anche una stella a indicare la nascita di Gesù. Dall'Oriente uomini sapienti (i magi) avevano seguito la stella ed erano arrivati a Gerusalemme per adorare il re appena nato: «Dov'è il re dei Giudei che è nato? Poiché noi abbiamo visto la sua stella in Oriente e siamo venuti per adorarlo» (Matteo 2, 2). Il re Erode li mandò a Betlemme. «E la stella, che avevano vista in Oriente, andava davanti a loro finché, giunta al luogo dov'era il bambino, vi si fermò sopra» (Matteo 2, 9).
Questi avvenimenti indicano l'eccezionalità della nascita del Figlio di Dio.
La parola "magi" è usata per dei sapienti orientali che si dedicavano all'astrologia e all'interpretazione di sogni.
Dato che il re Erode credeva che a Betlemme fosse nato un re che un giorno lo avrebbe scacciato dal trono, egli intendeva sopprimere il bambino. A Betlemme fece uccidere tutti i bambini maschi dall'età di due anni in giù (cfr. Matteo 2, 16-18).
Per mezzo di un sogno, Dio indusse Giuseppe, il marito di Maria, a fuggire con il bambino in Egitto (cfr. Matteo 2, 13-14). Dopo la morte del re Erode si trasferirono poi a Nazaret, in Galilea.
In Luca 2, 52 si legge che Gesù cresceva in sapienza, in statura e in grazia davanti a Dio e agli uomini. In Luca 2, 41-49 si racconta che il dodicenne Gesù ebbe una conversazione con gli studiosi delle Scritture, i quali «si stupivano del suo senno e delle sue risposte».
"E Gesù cresceva in sapienza, in statura e in grazia davanti a Dio e agli uomini" (Luca 2, 52).
Gesù si fece battezzare da Giovanni il battista presso il Giordano. Subito dopo il battesimo effettuato da Giovanni, lo Spirito Santo scese visibilmente su Gesù. In una voce che venne dal cielo, Dio, il Padre, attestò: «Tu sei il mio diletto Figlio; in te mi sono compiaciuto» (Luca 3, 22). In questo avvenimento fu reso noto che Gesù è il Figlio di Dio.
Gesù era senza peccati, ma ugualmente si fece battezzare da Giovanni, il quale presso il Giordano battezzava in vista del ravvedimento. In questo battesimo, il battesimo di ravvedimento, si evidenzia che Gesù si umiliò e permise che gli si facesse ciò che era destinato ai peccatori.
"Ma Gesù gli rispose [a Giovanni]: Sia così ora, poiché conviene che noi adempiamo in questo modo ogni giustizia" (Matteo 3, 15).
Gesù fu condotto dallo Spirito Santo nel deserto «per essere tentato dal diavolo» (Matteo 4, 1). Gesù vi rimase per 40 giorni e il diavolo lo indusse più volte in tentazione. Gesù resistette alle tentazioni e respinse il diavolo. In seguito si avvicinarono degli angeli e lo servirono (cfr. Matteo 4, 11).
Resistendo alle tentazioni, Gesù si dimostrò vincitore sul diavolo ancor prima che cominciasse a operare in pubblico.
Il primo uomo, Adamo, non resistette alla tentazione del diavolo. Adamo divenne peccatore e con lui lo diventarono tutti gli esseri umani. Gesù, invece, rimase senza peccato. In questo modo creò la premessa affinché tutti i peccatori potessero nuovamente trovare la via che conduce a Dio.
Gesù iniziò a insegnare all'età di circa 30 anni, in Galilea (cfr. Luca 3, 23).
Al centro dell'insegnamento di Gesù sta la predica del Regno di Dio: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; ravvedetevi e credete al vangelo» (Marco 1, 15).
Il «Regno di Dio» non è un territorio nazionale e nemmeno un dominio di potestà politica. «Regno di Dio» significa invece che Dio è presente e regna tra gli uomini.
Nella persona di Gesù Cristo, il Figlio di Dio, il «Regno di Dio» è venuto in mezzo agli uomini (cfr. Luca 17, 21). Gesù Cristo è il Sovrano, Lui si adopera per la giustizia, concede grazia, si prende cura dei poveri e dei bisognosi d'aiuto, Lui porta la salvezza.
Il termine «Regno di Dio» ha anche un significato futuro – inizierà con le «nozze dell'Agnello» e durerà in eterno nella nuova creazione (cfr. Apocalisse 21, 1-3).
Nel Vangelo di Matteo, al posto di «Regno di Dio» si adopera il termine «Regno dei cieli» con un significato analogo.
L’espressione «Regno di Dio» significa la presenza e sovranità di Dio tra gli uomini. Si manifestò e poté essere vissuto ai tempi di Gesù. Anche oggi il «Regno di Dio» è presente e può essere percepito nella Chiesa di Cristo in cui opera Gesù Cristo stesso – perciò nella parola e nei sacramenti.
D'altro canto si aspetta anche il «Regno di Dio» futuro. Esso sarà presente alle «nozze dell'Agnello», nel regno della pace e nella nuova creazione.
"Ravvedersi" significa allontanarsi dal male e accostarsi a Dio. Chi si ravvede è pronto a un cambiamento della propria indole per compiere la volontà di Dio.
"Vangelo" [o "Evangelo"] significa "lieto messaggio, buona notizia". È il messaggio della grazia, dell'amore e della riconciliazione che Dio ci regala in Gesù Cristo.
La Legge mosaica fu per il popolo d'Israele strettamente vincolante. L'adempimento della Legge era considerato una premessa per il giusto rapporto degli uomini con Dio. Gesù palesò di avere un'autorità maggiore di Mosè e di essere il sovrano della Legge. Riassunse la legge nell'unico comandamento di amare Dio e il prossimo come se stessi (Matteo 22, 37-40).
"Non pensate che io sia venuto per abolire la legge o i profeti; io sono venuto non per abolire ma per portare a compimento" (Matteo 5, 17).
"Gesù gli disse: «Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente» (cfr. Deuteronomio 6, 5). Questo è il grande e il primo comandamento. Il secondo, simile a questo, è: «Ama il tuo prossimo come te stesso» (cfr. Levitico 19, 18). Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge e i profeti" (Matteo 22, 37-40).
Gesù chiamò dei discepoli (cfr. Marco 1, 16 ss). Di questi ne istituì dodici, che chiamò anche apostoli, «per tenerli con sé» e per affidare loro l'incarico di predicare (cfr. Marco 3, 14).
Discepoli di Gesù sono quelle persone che mettono in pratica il Vangelo in parole e azioni.
I miracoli compiuti da Gesù sono di svariata natura: guariva malati, scacciava demoni, risuscitava dei morti, compiva miracoli naturali, miracoli di moltiplicazione del cibo, miracoli di doni.
Gesù compiva miracoli per dimostrare che in Lui Dio, l'onnipotente Dio d'amore, si rivolge con misericordia all'uomo sofferente. I miracoli manifestano la gloria del Figlio dell'uomo e la sua plenipotenza.
I Vangeli riferiscono che Gesù guariva ciechi, invalidi, sordi e lebbrosi. Queste guarigioni testimoniano della natura divina di Gesù Cristo, il quale agiva così come Dio parlò di sé a Israele: «Io sono il Signore, colui che ti guarisce» (Esodo 15, 26). Questi miracoli di guarigione stanno sempre in uno stretto rapporto con la fede delle persone coinvolte (cfr. per es. Luca 18, 35-43).
Nei Vangeli si legge che Gesù scacciò demoni, i quali secondo la concezione di allora erano anche all'origine di malattie, guarendo così le persone. Gesù Cristo fu persino riconosciuto dai demoni quale Signore (cfr. Marco 3, 11).
Nel Nuovo Testamento, quali "demoni" si denominano spiriti maligni e contrari a Dio, i quali, secondo la concezione antica, cercavano di dominare la persona e causavano anche malattie.
I Vangeli citano tre casi in cui Gesù richiamò in vita delle persone decedute: la figlia di Iairo (cfr. Matteo 9, 18-26), il figlio della vedova di Nain (cfr. Luca 7, 12-15) e Lazzaro, il fratello di Maria e Marta (cfr. Giovanni 11, 1-44).
Gli atti di risurrezione dalla morte testimoniano che Gesù Cristo è anche il sovrano della morte. Nello stesso tempo fanno anche riferimento alla speranza che un giorno i morti risusciteranno a vita eterna.
Gesù dominò i venti e il mare che «gli ubbidiscono» (cfr. Matteo 8, 27): c'era una tempesta e quando Lui le ordinò di cessare, si fece gran bonaccia e le acque si calmarono. In questo si manifestò il potere di Gesù sugli elementi naturali.
Il dominio di Gesù sulle potenze della natura evidenzia che il Figlio di Dio è Creatore, parimenti a Dio, il Padre (cfr. Giovanni 1, 1-3).
In tutti i Vangeli si parla del miracolo in cui Gesù saziò cinquemila persone con cinque pani e due pesci (cfr. per Marco 6, 30-44). I Vangeli di Matteo e di Marco riferiscono anche di un episodio in cui Gesù diede da mangiare a quattromila persone (cfr. Matteo 15, 32-39 e Marco 8, 1-9).
Questi miracoli ricordano il fatto che Dio, nel cammino attraverso il deserto, procurò al popolo d'Israele del cibo (la manna). Questi avvenimenti fanno anche riferimento alla Santa Cena.
Gesù fece anche dei miracoli in cui la gente ricevette beni terreni in abbondanza. Un esempio è la pesca miracolosa di Pietro. Insieme con altri pescatori, Pietro aveva lavorato per tutta una notte senza catturare nulla. Ubbidendo alla parola di Gesù, i pescatori gettarono le reti un'altra volta e catturarono una tale quantità di pesci che le reti cominciarono a lacerarsi e le imbarcazioni quasi affondarono (cfr. Luca 5, 1-11).
Alle nozze di Cana Gesù trasformò dell’acqua in vino (cfr. Giovanni 2, 1-11). Anche questo è un miracolo di doni e un segno tangibile della divinità di Gesù Cristo.
Gesù predicava alla gente. La sua predica più conosciuta è il «sermone sul monte», del quale riferisce il Vangelo di Matteo. All'inizio del «sermone sul monte» stanno le «beatitudini».
Le beatitudini:
"Beati i poveri in spirito, perché di loro è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono afflitti, perché saranno consolati.
Beati i mansueti, perché erediteranno la terra.
Beati quelli che sono affamati e assetati di giustizia, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché a loro misericordia sarà fatta.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati quelli che si adoperano per la pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per motivo di giustizia, perché di loro è il regno dei cieli.
Beati voi, quando vi insulteranno e vi perseguiteranno e, mentendo, diranno contro di voi ogni sorta di male per causa mia" (Matteo 5, 3-11).
Nel Vangelo di Matteo si trovano le «beatitudini» tratte dal sermone sul monte di Gesù. In esse Gesù dimostra come prendere parte al «Regno dei cieli», il quale grazie a Lui è divenuto realtà. Lui chiama «beate» (felici) quelle persone che vivono conformemente all'insegnamento espresso in questo sermone.
Nelle sue prediche Gesù parlava spesso avvalendosi di parabole, ossia di racconti figurativi. Questi racconti si riferivano alla vita quotidiana dei suoi ascoltatori, perché fossero loro ben comprensibili. Con le parabole Gesù illustrava contenuti essenziali del Vangelo.
Nei primi tre Vangeli ci sono tramandate più di 40 parabole.
"Tutte queste cose disse Gesù in parabole alle folle e senza parabole non diceva loro nulla, affinché si adempisse quello che era stato detto per mezzo del profeta: «Aprirò in parabole la mia bocca; proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo»" (Matteo 13, 34-35).
Nelle parabole Gesù illustrava affermazioni essenziali riguardanti il Regno di Dio, il comandamento dell'amore per il prossimo, l'indole umana e la venuta del Figlio dell'uomo.
Gesù spiegò questo nella parabola del granello di senape. Illustrò allora gli inizi modesti del Regno di Dio e il suo sviluppo.
"«Esso è il più piccolo di tutti i semi; ma, quand'è cresciuto, è maggiore degli ortaggi e diventa un albero; tanto che gli uccelli del cielo vengono a ripararsi tra i suoi rami.» Disse loro un'altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito che una donna prende e nasconde in tre misure di farina, finché la pasta sia tutta lievitata»" (Matteo 13, 32-33).
Nella parabola della perla di gran valore si parla dell'uomo che riconosce la ricchezza celata in Gesù Cristo, l'accetta e abbandona ogni altra cosa per possederla. Gesù lo ribadisce in un'altra occasione con l'esortazione: «Cercate prima il regno di Dio […]» (da Matteo 6, 33).
"Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo, che un uomo, dopo averlo trovato, nasconde; e per la gioia che ne ha, va e vende tutto quello che ha, e compra quel campo. Il regno dei cieli è anche simile a un mercante che va in cerca di belle perle; e, trovata una perla di gran valore, se n'è andato, ha venduto tutto quello che aveva, e l'ha comperata" (Matteo 13, 44-46).
"Cercate prima il regno e la giustizia di Dio, e tutte queste cose vi saranno date in più" (Matteo 6, 33).
Con la parabola della pecora perduta Gesù dimostrò che Dio si prende cura di tutti gli uomini, anche di quelli che sembrano perduti. La parabola del figlio prodigo evidenzia l'amore di Dio per il peccatore.
"Ed egli disse loro questa parabola: Chi di voi, avendo cento pecore, se ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e non va dietro a quella perduta finché non la ritrova? E trovatala, tutto allegro se la mette sulle spalle; e giunto a casa, chiama gli amici e i vicini, e dice loro: Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la mia pecora che era perduta. Vi dico che così ci sarà più gioia in cielo per un solo peccatore che si ravvede, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di ravvedimento" (Luca 15, 3-7).
I comandamenti più nobili sono quelli di amare Dio e il prossimo. Con il racconto del buon samaritano Gesù evidenziò chi è il prossimo e che cosa significa amore per il prossimo, cioè non chiudere gli occhi di fronte al bisogno altrui, bensì prestare aiuto.
"Gesù rispose: Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico, e s'imbatté nei briganti che lo spogliarono, lo ferirono e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso un sacerdote scendeva per quella stessa strada; e lo vide, ma passò oltre dal lato opposto. Così pure un Levita, giunto in quel luogo, lo vide, ma passò oltre dal lato opposto. Ma un samaritano che era in viaggio, passandogli accanto, lo vide e ne ebbe pietà; avvicinatosi, fasciò le sue piaghe, versandovi sopra olio e vino; poi lo mise sulla propria cavalcatura, lo condusse a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno dopo, presi due denari, li diede all'oste e gli disse: Prenditi cura di lui; e tutto ciò che spenderai di più, te lo rimborserò al mio ritorno" (Luca 10, 30-35).
La parabola del fariseo e del pubblicano evidenzia che: non chi si vanta di ciò che sa fare, che possiede e che è, sarà giustificato, bensì chi viene a Dio nell'umiltà e cercando la grazia.
La parabola del servo malvagio invita coloro che hanno ricevuto la grazia di Dio a usare grazia anche nei confronti degli altri. Chi riconosce la grandezza dell'amore di Dio si sente in dovere di riconciliarsi con il prossimo.
"Disse ancora questa parabola per certuni che erano persuasi di essere giusti e disprezzavano gli altri: «Due uomini salirono al tempio per pregare; uno era fariseo, e l'altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così dentro di sé: ‘O Dio, ti ringrazio che io non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri; neppure come questo pubblicano. Io digiuno due volte la settimana; pago la decima su tutto quello che possiedo.’ Ma il pubblicano se ne stava a distanza e non osava neppure alzare gli occhi al cielo; ma si batteva il petto, dicendo: ‘O Dio, abbi pietà di me, peccatore!’ Io vi dico che questo tornò a casa sua giustificato, piuttosto che quello; perché chiunque s'innalza sarà abbassato; ma chi si abbassa sarà innalzato»" (Luca 18, 9-14).
"Allora Pietro si avvicinò e gli disse: «Signore, quante volte perdonerò mio fratello se pecca contro di me? Fino a sette volte?» E Gesù a lui: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. Perciò il regno dei cieli è simile a un re che volle fare i conti con i suoi servi. Avendo cominciato a fare i conti, gli fu presentato uno che era debitore di diecimila talenti. E poiché quello non aveva i mezzi per pagare, il suo signore comandò che fosse venduto lui con la moglie e i figli e tutto quanto aveva, e che il debito fosse pagato. Perciò il servo, gettatosi a terra, gli si prostrò davanti, dicendo: ‘Abbi pazienza con me e ti pagherò tutto’. Il signore di quel servo, mosso a compassione, lo lasciò andare e gli condonò il debito. Ma quel servo, uscito, trovò uno dei suoi conservi che gli doveva cento denari; e, afferratolo, lo strangolava, dicendo: ‘Paga quello che devi!’ Perciò il conservo, gettatosi a terra, lo pregava dicendo: ‘Abbi pazienza con me, e ti pagherò’. Ma l'altro non volle; anzi andò e lo fece imprigionare, finché avesse pagato il debito. I suoi conservi, veduto il fatto, ne furono molto rattristati e andarono a riferire al loro signore tutto l'accaduto. Allora il suo signore lo chiamò a sé e gli disse: ‘Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito, perché tu me ne supplicasti; non dovevi anche tu aver pietà del tuo conservo, come io ho avuto pietà di te?’ E il suo signore, adirato, lo diede in mano degli aguzzini fino a quando non avesse pagato tutto quello che gli doveva. Così vi farà anche il Padre mio celeste, se ognuno di voi non perdona di cuore al proprio fratello»" (Matteo 18, 21-35).
Nelle parabole della venuta del Figlio dell'uomo Gesù Cristo parlava del suo ritorno.
In Matteo 24, 37-39 propone un paragone tra il tempo prima della sua rivenuta e i giorni di Noè; ne risulta che il ritorno di Cristo avverrà in un attimo e inaspettatamente.
Questo messaggio è proposto anche dalla parabola delle vergini avvedute e stolte (cfr. Matteo 25, 1-13). Ne deduciamo di voler vegliare ed essere pronti per la rivenuta del Signore.
"Come fu ai giorni di Noè, così sarà alla venuta del Figlio dell'uomo. Infatti, come nei giorni prima del diluvio si mangiava e si beveva, si prendeva moglie e s'andava a marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell'arca, e la gente non si accorse di nulla, finché venne il diluvio che portò via tutti quanti, così avverrà alla venuta del Figlio dell'uomo" (Matteo 24, 37-39).
"Allora il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini le quali, prese le loro lampade, uscirono a incontrare lo sposo. Cinque di loro erano stolte e cinque avvedute; le stolte, nel prendere le loro lampade, non avevano preso con sé dell'olio; mentre le avvedute, insieme con le loro lampade, avevano preso dell'olio nei vasi. Siccome lo sposo tardava, tutte divennero assonnate e si addormentarono. Verso mezzanotte si levò un grido: «Ecco lo sposo, uscitegli incontro!» Allora tutte quelle vergini si svegliarono e prepararono le loro lampade. E le stolte dissero alle avvedute: «Dateci del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono.» Ma le avvedute risposero: «No, perché non basterebbe per noi e per voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene!» Ma, mentre quelle andavano a comprarne, arrivò lo sposo; e quelle che erano pronte entrarono con lui nella sala delle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi vennero anche le altre vergini, dicendo: «Signore, Signore, aprici!» Ma egli rispose: «Io vi dico in verità: Non vi conosco.» Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l'ora" (Matteo 25, 1-13).
Nel Vangelo di Giovanni si trovano affermazioni di Gesù, le cosiddette «parole metaforiche». In esse Gesù evidenzia la sua natura. Sette affermazioni pregnanti di Gesù iniziano con le parole «Io sono». In queste affermazioni Lui parla di sé in modo figurativo, dicendo di essere il «pane della vita» (Giovanni 6, 35), la «luce del mondo» (Giovanni 8, 12), la «porta» della salvezza (Giovanni 10, 9), il «buon Pastore» (Giovanni 10, 11) e la «vite» (Giovanni 15, 5). Inoltre Gesù Cristo definì se stesso anche come la «risurrezione», la «via, la verità e la vita» (Giovanni 11, 25; 14, 6).
Tutto questo significa che soltanto Gesù permette l'accesso al Padre e che solo Lui è la fonte della salvezza.
I dodici apostoli avevano un rapporto di particolare vicinanza con Gesù, Lui intratteneva con loro uno speciale rapporto di fiducia:
"… ai quali anche, dopo che ebbe sofferto, si presentò vivente con molte prove, facendosi vedere da loro per quaranta giorni, parlando delle cose relative al regno di Dio" (Atti degli apostoli 1, 3).
"Si alzò da tavola, depose le sue vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse. Poi mise dell'acqua in una bacinella, e cominciò a lavare i piedi ai discepoli, e ad asciugarli con l'asciugatoio del quale era cinto. […] «Vi ho dato un esempio, affinché anche voi facciate come vi ho fatto io»" (Giovanni 13, 4-5 e 15).
La Passione di Gesù iniziò con l'ingresso in Gerusalemme: «Quando furono giunti vicino a Gerusalemme […], Gesù mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: "Andate nel villaggio che è di fronte a voi; appena entrati, troverete legato un puledro d'asino, sopra il quale non è montato ancora nessuno; scioglietelo e conducetelo qui da me. Se qualcuno vi dice: Perché fate questo?, rispondete: Il Signore ne ha bisogno, e lo rimanderà subito qua." […] Essi condussero il puledro a Gesù, gettarono su quello i loro mantelli ed egli vi montò sopra. Molti stendevano sulla via i loro mantelli; e altri, delle fronde che avevano tagliate nei campi. Coloro che andavano avanti e coloro che venivano dietro gridavano: Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore!» (Marco 11, 1-9). – Nonostante questo giubilo, Gesù Cristo sapeva che l'atteggiamento del popolo sarebbe ben presto mutato e che Lui avrebbe dovuto affrontare la via della croce.
Per il periodo delle sofferenze di Cristo si usa il termine "Passione di Cristo", il quale deriva dal verbo patire.
"Esulta grandemente, o figlia di Sion, manda grida di gioia, o figlia di Gerusalemme; ecco, il tuo re viene a te; egli è giusto e vittorioso, umile, in groppa a un asino, sopra un puledro, il piccolo dell'asina" (Zaccaria 9, 9).
Gesù purificò il tempio, scacciando i mercanti e i cambiamonete. In questo modo fece capire che il tempio, la casa di Dio, è santo e non è un luogo adatto agli affari.
A Betania Gesù fu unto del prezioso olio di nardo. Questo avvenne, come disse Lui, in vista della sua morte vicina, perché a quei tempi i morti venivano unti di olio prezioso (cfr. Marco 14, 8).
Tra i farisei e sadducei, dei quali facevano parte i capi dei sacerdoti, Gesù aveva molti nemici. Volevano ucciderlo. Perciò la sua situazione si fece sempre più minacciosa.
Olio di nardo: il nardo è una pianta che cresce nelle regioni dell'Himalaya (per es. in India, nel Bhutan e nel Nepal). Dalle sue radici si estraeva un succo di odore gradevole, il quale veniva mescolato all'olio usato per l'unzione. Già nell'antichità il nardo fu importato nella regione del Mediterraneo, dove era rivenduto a caro prezzo.
Farisei e sadducei erano i rappresentanti dei gruppi religiosi più conosciuti nel giudaismo dei tempi di Gesù.
I farisei cercavano di osservare strettamente le prescrizioni della legge mosaica, per ottenere, tramite le opere, dei meriti davanti a Dio. Nei Vangeli questo tipo di religiosità è spesso criticato, perché può portare alla presunzione e all'ipocrisia. Dai farisei è nato il giudaismo odierno.
I sadducei rifiutarono la fede negli angeli e nella risurrezione dei morti. A loro appartenevano soprattutto gli strati più benestanti della popolazione e i sacerdoti del tempio di Gerusalemme. Dopo la distruzione del tempio, il movimento sadduceo del giudaismo si sciolse.
Oltre ai farisei e ai sadducei c'erano gli esseni, il terzo gruppo importante del giudaismo antico.
Prima della festa di Pasqua, uno dei dodici apostoli, Giuda Iscariota, andò dai nemici di Gesù. «Allora […] Giuda Iscariota, andò dai capi dei sacerdoti, e disse loro: "Che cosa siete disposti a darmi, se io ve lo consegno?"» Ed essi gli offrirono trenta sicli d'argento. Questo era il prezzo che generalmente si pagava per uno schiavo. Con ciò si adempì una parola del profeta Zaccaria (cfr. Zaccaria 11, 12-13). Il Signore fu dunque abbassato al livello di uno schiavo (cfr. Esodo 21, 32).
"Io dissi loro: Se vi sembra giusto, datemi il mio salario; se no, lasciate stare. Ed essi mi pesarono il mio salario: trenta sicli d'argento. Il Signore mi disse: Gettalo per il vasaio, questo magnifico prezzo con cui mi hanno valutato! Io presi i trenta sicli d'argento e li gettai nella casa del Signore per il vasaio" (Zaccaria 11, 12-13).
Alla festa di Pasqua Gesù era riunito con i dodici apostoli e celebrò con loro la cena della Pasqua. Era dunque presente anche Giuda Iscariota, il quale prima era andato dai nemici di Gesù per tradirlo.
Quando erano seduti alla mensa, il Signore istituì la Santa Cena: «Mentre mangiavano, Gesù prese del pane e, dopo aver detto la benedizione, lo ruppe e lo diede ai suoi discepoli dicendo: "Prendete, mangiate, questo è il mio corpo." Poi, preso un calice e rese grazie, lo diede loro, dicendo: "Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue, il sangue del patto, il quale è sparso per molti per il perdono dei peccati"» (Matteo 26, 26-28).
Nel corso della cena, Gesù rivelò chi fosse il suo traditore, Giuda Iscariota, il quale in seguito abbandonò il gruppo. Se ne andò «ed era notte» (Giovanni 13, 30).
Dopo la cena, con gli undici apostoli rimasti Gesù si recò nel giardino di Getsemani. Dalla sua paura in vista della morte sulla croce si riconosce la natura umana del Figlio di Dio. Si prostrò umilmente e in preghiera invocò: «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Però non la mia volontà, ma la tua sia fatta» (Luca 22, 42). Gesù si sottomise dunque completamente alla volontà del Padre suo ed era disposto a compiere il sacrificio. In seguito apparve un angelo per fortificarlo (cfr. Luca 22, 43). Gli apostoli, nel frattempo, dormivano. Poco dopo Gesù fu arrestato.
Mentre Gesù chiedeva agli apostoli di vegliare con lui, arrivò una folta schiera di gente armata, mandata dai capi dei sacerdoti. Giuda Iscariota li condusse da Gesù e lo tradì con un bacio: «Quello che bacerò, è lui; prendetelo» (Matteo 26, 48).
"Poi tornò dai discepoli e li trovò addormentati. E disse a Pietro: «Così, non siete stati capaci di vegliare con me un'ora sola? Vegliate e pregate, affinché non cadiate in tentazione; lo spirito è pronto, ma la carne è debole»" (Matteo 26, 40-41).
Simon Pietro estrasse la spada per difendere Gesù e recise l'orecchio al servo di un capo dei sacerdoti (cfr. Giovanni 18, 10). Ma Gesù lo trattenne e guarì quel servo.
Gesù non fece uso dei suoi poteri divini, ma si lasciò catturare. In seguito gli apostoli lo abbandonarono e fuggirono.
Quando in quella notte alcuni rivolsero la parola a Simon Pietro, dicendo che pure lui fosse un discepolo di Gesù, lo negò. Rinnegò il Signore per tre volte.
"Pietro, intanto, stava seduto fuori nel cortile e una serva gli si avvicinò, dicendo: «Anche tu eri con Gesù il Galileo.» Ma egli lo negò davanti a tutti, dicendo: «Non so che cosa dici.» Come fu uscito nell'atrio, un'altra lo vide e disse a coloro che erano là: «Anche costui era con Gesù Nazareno.» Ed egli negò di nuovo giurando: «Non conosco quell'uomo.» Di lì a poco, coloro che erano presenti si avvicinarono e dissero a Pietro: «Certo anche tu sei di quelli, perché anche il tuo parlare ti fa riconoscere.» Allora egli cominciò a imprecare e a giurare: «Non conosco quell'uomo!» In quell'istante il gallo cantò. Pietro si ricordò delle parole di Gesù che gli aveva dette: «Prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte.» E, andato fuori, pianse amaramente" (Matteo 26, 69-75).
No, Gesù conosceva le debolezze umane anche dei suoi apostoli, ma non li rimproverò per questo. Dopo la sua risurrezione si avvicinò a loro con il saluto di pace.
Il sinedrio, i capi dei sacerdoti e gli scribi, dichiararono Gesù colpevole di sacrilegio e lo condannarono a morte. Il sacrilegio era l’avere affermato di essere il Figlio di Dio.
Dopo che Gesù fu condannato a morte, Giuda Iscariota si pentì del suo tradimento e riportò i trenta sicli d'argento ai capi dei sacerdoti. Questi non vollero avere più nulla a che fare con lui. Allora Giuda buttò il denaro nel tempio, se ne andò e si impiccò (cfr. Matteo 27, 1-5).
Dopo che Gesù era stato condannato dal sinedrio, l'autorità suprema in Giudea, fu interrogato dal governatore romano Ponzio Pilato. Il caso era di sua competenza, perché allora i giudei erano sotto il dominio dei romani.
Pilato ritenne Gesù innocente e lo mandò a Erode (soprannominato Antipa), il re dei giudei. Siccome da parte dei romani ai giudei era stata proibita l'esecuzione della pena capitale, Erode riconsegnò Gesù a Pilato. Questi ordinò di flagellarlo. Il popolo pretendeva che Gesù fosse crocifisso, incolpandolo di essersi opposto all'imperatore romano quale «re dei giudei». Per questo reato era prevista la condanna a morte (cfr. Giovanni 19, 12).
Pilato pensava di intravedere una via per liberare Gesù: alla festa di Pasqua poteva essere concessa la grazia a un condannato; perciò ora spettava al popolo di decidere se concedere la libertà a Gesù o al criminale Barabba. Istigato dai capi dei sacerdoti e dagli anziani, il popolo scelse Barabba. Per esprimere che non si sentiva responsabile di ciò che sarebbe successo in seguito, Pilato lavò le sue mani davanti al popolo e disse: «Io sono innocente del sangue di questo giusto […]» (Matteo 27, 24). Fece flagellare Gesù una seconda volta e lo consegnò ai soldati perché fosse crocifisso.
La nascita di Gesù avvenne nel tempo in cui regnava Erode I. Quando Gesù fu condotto davanti a Ponzio Pilato, nella Galilea regnava Erode Antipa, il figlio di Erode I.
La flagellazione era una punizione corporale e un metodo di tortura dell'antichità. Le persone furono tormentate dai loro aguzzini con fruste, verghe o una canna. I Vangeli raccontano della flagellazione di Gesù e, negli Atti degli apostoli, di flagellazioni inflitte agli apostoli.
Gesù subì silenziosamente tutti i maltrattamenti, le umiliazioni e le ingiurie. Anche quando in segno di disprezzo gli fu posta sul capo una corona di spine, lo sopportò con dignità.
Gesù fu crocifisso sul Golgota. Insieme con Lui furono crocifissi anche due delinquenti. La croce di Gesù si trovava al centro. Qui si adempì la profezia di Isaia 53, 12: il Signore fu contato tra i malfattori e trattato in modo uguale a loro. Le dure sofferenze di Gesù portarono a una terribile agonia, e dopo ore spirò.
La crocifissione era un modo di esecuzione capitale consueto nell'antichità, per mezzo del quale il condannato doveva morire volutamente in modo lento e straziante. A tale scopo il condannato veniva legato o inchiodato a un palo verticale, con o senza asse traversale.
Con il coinvolgimento del governatore romano, la condanna e la crocifissione di Gesù non sono unicamente una questione che riguarda il popolo giudeo: vi sono implicati anche dei pagani.
Tutti gli esseri umani di tutti i tempi sono peccatori e si caricano di colpe. Gesù morì per i peccati di tutti gli uomini. Perciò, in ultima analisi, tutti gli uomini sono corresponsabili della morte di Gesù.
Tradizionalmente, le ultime parole di Gesù, riferite nei Vangeli in modi differenti, sono poste nella seguente successione:
«Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno!» (Luca 23, 34).
Gesù intercedette per tutti coloro che l'avevano crocifisso e i quali non si rendevano conto della portata del loro agire. Qui si adempì in modo eccellente il comandamento di Gesù dell'amore per i nemici (cfr. Matteo 5, 44-45 e 48).
«Io ti dico in verità che oggi tu sarai con me in paradiso» (Luca 23, 43).
Così Gesù si rivolse al malfattore pentito, il quale aveva chiesto grazia e lo aveva riconosciuto quale il Salvatore. Il «paradiso» è qui la dimora dell'aldilà dove si trovano le anime devote e giuste.
«Donna, ecco tuo figlio!» – «Ecco tua madre!» (Giovanni 19, 26-27).
Gesù affidò sua madre, Maria, all'apostolo Giovanni. Qui si dimostrano le premure e l'amore di Cristo, il quale si occupò del prossimo nonostante le proprie sofferenze.
Nella tradizione cristiana Maria è interpretata come il simbolo della Chiesa. Essa è affidata alle cure del ministero d'apostolo, di cui Giovanni è il rappresentante.
«Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Marco 15, 34).
Con queste parole, tratte dal Salmo 22, i giudei devoti si rivolgono a Dio nell'imminenza della morte. Da un lato deplorano di sentirsi lungi da Dio e contemporaneamente attestano la fede nella potenza e nella grazia di Dio. Anche Gesù adoperò questa esclamazione che era usata da persone nel tormento della morte.
«Ho sete» (Giovanni 19, 28).
Nella sua agonia Gesù aveva sete e voleva bere qualcosa.
Questa parola ha un suo riscontro anche in Salmi 69, 21: «Hanno messo fiele nel mio cibo, e mi hanno dato da bere aceto per dissetarmi». Questo è interpretato anche nel senso che Gesù doveva bere il «calice della sua sofferenza» fino in fondo, che doveva dunque soffrire sino alla fine.
«È compiuto!» (Giovanni 19, 30).
Era circa l'ora nona, perciò nel primo pomeriggio, quando furono pronunciate queste parole. Gesù aveva compiuto il sacrificio per la redenzione dell'umanità.
«Padre, nelle tue mani rimetto lo spirito mio» (Luca 23, 46).
Da questo si comprende che anche nel momento della sua morte, Gesù Cristo confidava completamente nel Padre suo.
Quando Gesù morì sulla croce, la terra tremò e le rocce si schiantarono. La cortina del tempio, la quale nascondeva la stanza più sacra («il Santissimo»), si squarciò in due. Tutto ciò evidenzia che, grazie alla morte di Gesù Cristo, ora il servizio dei sacrifici dell'Antico Patto non è più necessario. Il suo sacrificio ha aperto la via che conduce a Dio.
Quando il centurione romano e i suoi soldati, che facevano la guardia presso la croce, sentirono tremare la terra, esclamarono: «Veramente, costui era Figlio di Dio!» (Matteo 27, 54). Perciò c'erano anche dei pagani a testimoniare che Gesù è il Figlio di Dio.
Antico Patto / Nuovo Patto: sul monte Sinai Dio concluse un patto con il popolo d'Israele, cioè con i discendenti di Abramo, d'Isacco e di Giacobbe. Il segno dell'Antico Patto era la circoncisione. All'Antico Patto appartiene anche la legge mosaica, nella quale si esprime la volontà di Dio. Con il sacrificio meritorio di Gesù fu stabilito il Nuovo Patto, che ora non vale più soltanto per i giudei, bensì per tutti gli uomini. Si diventa partecipi del Nuovo Patto mediante il Battesimo con acqua.
Giuseppe di Arimatea, che era un membro del Consiglio, chiese a Pilato il corpo di Gesù, perché voleva sistemarlo in un sepolcro. Insieme con Nicodemo, il quale una volta era andato da Gesù di notte per ricevere l’insegnamento (cfr. Giovanni 3), Giuseppe portò il corpo in una tomba scavata nella roccia, dove nessuno era ancora stato deposto. Davanti al sepolcro rotolarono una grossa pietra. I capi dei sacerdoti fecero sorvegliare la tomba da soldati, per impedire che i discepoli di Gesù potessero portare via la salma.
"L'indomani, che era il giorno successivo alla Preparazione, i capi dei sacerdoti e i farisei si riunirono da Pilato, dicendo: Signore, ci siamo ricordati che quel seduttore, mentre viveva ancora, disse: Dopo tre giorni, risusciterò. Ordina dunque che il sepolcro sia sicuramente custodito fino al terzo giorno; perché i suoi discepoli non vengano a rubarlo e dicano al popolo: È risuscitato dai morti; così l'ultimo inganno sarebbe peggiore del primo. Pilato disse loro: Avete delle guardie. Andate, assicurate la sorveglianza come credete. Ed essi andarono ad assicurare il sepolcro, sigillando la pietra e mettendovi la guardia" (Matteo 27, 62-66).
In Gesù, Dio il Figlio si fece uomo e venne nel mondo per prendere su di sé i peccati degli uomini. Compì il suo sacrificio spontaneamente nell'amore divino, per salvare l'umanità dalla morte. Il potere del peccato è grande, ma più grande ancora è la potenza dell'amore divino, il quale si manifesta con il sacrificio della propria vita da parte di Gesù Cristo.
"Nessuno ha amore più grande di quello di dar la sua vita per i suoi amici" (Giovanni 15, 13).
Il sacrificio e la morte di Gesù sono le basi per un nuovo rapporto dell'uomo con Dio. L'uomo peccaminoso può nuovamente accedere a Dio.
Sì, in Isaia 53, 3-5 è descritto un servo di Dio che è umiliato e deve soffrire. Si legge: Lui è «disprezzato e abbandonato dagli uomini, uomo di dolore, familiare con la sofferenza […] Tuttavia erano le nostre malattie che egli portava, erano i nostri dolori quelli di cui si era caricato; […] il castigo, per cui abbiamo pace, è caduto su di lui e grazie alle sue ferite noi siamo stati guariti.» Questi sono accenni alla passione di Gesù Cristo, al suo sacrificio meritorio.
Sì, più volte Gesù parlava della sua passione e della sua morte, come anche della sua risurrezione.
Dopo che Pietro aveva detto a Gesù: «Tu sei il Cristo di Dio!», Gesù accennò alla sua passione e alla sua morte, affermando: «Bisogna che il Figlio dell'uomo soffra molte cose e sia respinto dagli anziani, dai capi dei sacerdoti, dagli scribi, sia ucciso, e risusciti il terzo giorno» (Luca 9, 22).
In modo simile Gesù si espresse in seguito agli avvenimenti sul monte della trasfigurazione: «Il Figlio dell'uomo sta per essere dato nelle mani degli uomini ed essi l'uccideranno; ma tre giorni dopo essere stato ucciso, risusciterà» (Marco 9, 31).
Prima dell'ingresso a Gerusalemme disse agli apostoli: «Il Figlio dell'uomo sarà dato nelle mani dei capi dei sacerdoti e degli scribi; essi lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani perché sia schernito, flagellato e crocifisso; e il terzo giorno risusciterà» (Matteo 20, 18-19).
Agli scribi e farisei Gesù disse che sarebbe risuscitato dopo tre giorni, citando la storia del profeta Giona: «Poiché, come Giona stette nel ventre del pesce tre giorni e tre notti, così il Figlio dell'uomo starà nel cuore della terra tre giorni e tre notti» (Matteo 12, 40).
In II Corinzi 5, 19 il significato del sacrificio di Gesù sulla croce è descritto in questo modo: «Dio era in Cristo nel riconciliare con sé il mondo.» In I Giovanni 3, 16 si legge: «Da questo abbiamo conosciuto l'amore: egli ha dato la sua vita per noi.»
Nella controversia con eresie che negavano l'esistenza terrena di Gesù Cristo e la sua risurrezione, l'apostolo Paolo mise in chiaro «che Cristo morì per i nostri peccati, secondo le Scritture; che fu seppellito; che è stato risuscitato il terzo giorno, secondo le Scritture» (I Corinzi 15, 3-4).
La croce di Cristo è un simbolo della riconciliazione di Dio con l'uomo peccaminoso. Nell'antichità la morte sulla croce era un segno di sconfitta: la fine disonorevole di una persona disprezzata e reietta dalla comunità umana. Nel caso di Gesù, invece, l'apparente sconfitta è una vittoria: con la morte sulla croce Lui ha compiuto un'opera impareggiabile di redenzione.
"La predicazione della croce è pazzia per quelli che periscono, ma per noi, che veniamo salvati, è la potenza di Dio" (I Corinzi 1, 18).
Dopo il suo decesso, Gesù Cristo andò nel regno della morte. In I Pietro 3, 18-20 si legge che dopo la sua morte sulla croce, il Figlio di Dio andò a predicare a coloro che furono ribelli ai tempi di Noè. Fece questo per offrire la salvezza: «Infatti per questo è stato annunziato il vangelo anche ai morti; affinché, dopo aver subìto nel corpo il giudizio comune a tutti gli uomini, possano vivere mediante lo Spirito, secondo la volontà di Dio» (I Pietro 4, 6).
Così come il Figlio di Dio si era rivolto ai peccatori sulla terra, lo fece ora nei confronti dei morti. Da quando Lui ebbe compiuto il sacrificio, la redenzione è possibile anche per i morti.
"Anche Cristo ha sofferto una volta per i peccati, lui giusto per gli ingiusti, per condurci a Dio. Fu messo a morte quanto alla carne, ma reso vivente quanto allo spirito. E in esso andò anche a predicare agli spiriti trattenuti in carcere, che una volta furono ribelli, quando la pazienza di Dio aspettava, al tempo di Noè, mentre si preparava l'arca, nella quale poche anime, cioè otto, furono salvate attraverso l'acqua" (I Pietro 3, 18-20).
La risurrezione di Gesù Cristo è opera del Dio trino:
La risurrezione di Gesù Cristo dai morti è una testimonianza del potere di Dio sulla morte.
Non ci fu nessun testimone oculare della risurrezione di Cristo, ma nella Sacra Scrittura ci sono tante affermazioni riguardanti la risurrezione del Figlio di Dio. Una di queste testimonianze è il sepolcro vuoto. Altri indizi rappresentano le molteplici apparizioni del Risorto nei 40 giorni tra la sua risurrezione e la sua ascensione al cielo: sono persone denominate concretamente, alle quali Lui si manifestò e le quali lo riconobbero.
La risurrezione di Gesù Cristo non è un sogno dei suoi seguaci, ma un avvenimento reale. È successa davvero.
"Poiché vi ho prima di tutto trasmesso, come l'ho ricevuto anch'io, che Cristo morì per i nostri peccati, secondo le Scritture; che fu seppellito; che è stato risuscitato il terzo giorno, secondo le Scritture; che apparve a Cefa, poi ai dodici. Poi apparve a più di cinquecento fratelli in una volta, dei quali la maggior parte rimane ancora in vita e alcuni sono morti. Poi apparve a Giacomo, poi a tutti gli apostoli" (I Corinzi 15, 3-7).
Gesù Cristo è risorto. Perciò il credente ha una speranza giustificata per la propria risurrezione e per la vita eterna: «Ma ora Cristo è stato risuscitato dai morti, primizia di quelli che sono morti. Infatti, poiché per mezzo di un uomo è venuta la morte, così anche per mezzo di un uomo è venuta la risurrezione dei morti. Poiché, come tutti muoiono in Adamo, così anche in Cristo saranno tutti vivificati» (I Corinzi 15, 20-22).
La fede nella risurrezione di Gesù Cristo è fondamentale, perché la sua risurrezione testimonia che Gesù Cristo è il Salvatore del mondo (cfr. I Corinzi 15, 14).
Quale Risorto, Gesù appariva più volte ai suoi discepoli e alle sue discepole. Ecco alcuni esempi:
Maria Maddalena e altre donne furono i primi testimoni del Risorto. «Quand'ecco, Gesù si fece loro incontro, dicendo: Vi saluto! Ed esse, avvicinatesi, gli strinsero i piedi e l'adorarono» (Matteo 28, 9).
Dapprima senza essere riconosciuto, il Risorto accompagnò i discepoli che stavano recandosi al villaggio di Emmaus. Egli spiegò loro le Scritture e infine ruppe il pane davanti a loro, e allora essi lo riconobbero (cfr. Luca 24, 13-35).
La sera del giorno della sua risurrezione, Gesù venne nella cerchia dei suoi discepoli. Essendo il Risorto signore sulla morte e sul peccato, Egli conferì agli apostoli l'autorità di rendere accessibile agli uomini il perdono dei peccati: «Ricevete lo Spirito Santo. A chi perdonerete i peccati, saranno perdonati; a chi li riterrete, saranno ritenuti» (Giovanni 20, 19-23).
Un'altra volta il Signore apparve ad alcuni discepoli presso il mar di Tiberiade, e allora diede a Pietro l'incarico di «pascere gli agnelli e le pecore di Cristo», ossia di prendersi cura di tutti i membri della comunità (mansioni di Pietro; cfr. Giovanni 21, 15-17).
Il Signore risorto si presentò ai suoi apostoli «vivente con molte prove, facendosi vedere da loro per quaranta giorni, parlando delle cose relative al regno di Dio» (Atti degli apostoli 1, 3).
In I Corinzi 15, 6 l'apostolo Paolo dice che Gesù il Risorto fu visto da oltre cinquecento fratelli contemporaneamente.
"Maria, invece, se ne stava fuori vicino al sepolcro a piangere. Mentre piangeva, si chinò a guardare dentro il sepolcro, ed ecco, vide due angeli, vestiti di bianco, seduti uno a capo e l'altro ai piedi, lì dov'era stato il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: Donna, perché piangi? Ella rispose loro: Perché hanno tolto il mio Signore e non so dove l'abbiano deposto. Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. Gesù le disse: Donna, perché piangi? Chi cerchi? Ella, pensando che fosse l'ortolano, gli disse: Signore, se tu l'hai portato via, dimmi dove l'hai deposto, e io lo prenderò. Gesù le disse: Maria! Ella, voltatasi, gli disse in ebraico: Rabbunì! che vuol dire: Maestro!" (Giovanni 20, 11-16).
I capi dei sacerdoti vennero a conoscenza della risurrezione di Gesù Cristo. Corruppero i soldati con una forte somma di denaro e ordinarono loro: «Dite così: "I suoi discepoli sono venuti di notte e lo hanno rubato mentre dormivamo"» (Matteo 28, 13).
Il corpo di risurrezione non è perituro e mortale; non è legato allo spazio e al tempo. Il corpo di risurrezione di Cristo non è un corpo che si ammala, che invecchia e un giorno muore. È un corpo glorioso.
In questo corpo glorioso Gesù si presentò nella cerchia dei suoi discepoli. Lui passò attraverso le porte chiuse, spezzò il pane con i discepoli, mostrò loro le ferite della crocifissione e mangiò con loro. In questo modo fece capire che non era con loro come un «fantasma», ma come Gesù Cristo presente nel corpo.
"Risurrezione" non significa un ritorno all'esistenza terrena.
"La sera di quello stesso giorno, che era il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte, Gesù venne e si presentò in mezzo a loro, e disse: Pace a voi!" (da Giovanni 20, 19).
"Guardate le mie mani e i miei piedi, perché sono proprio io; toccatemi e guardate; perché un fantasma non ha carne e ossa come vedete che ho io. E, detto questo, mostrò loro le mani e i piedi" (Luca 24, 39-40).
40 giorni dopo la sua risurrezione, Gesù Cristo salì al cielo. Ci sono testimoni oculari di questo avvenimento: dopo aver parlato con i suoi apostoli e dopo averli benedetti, fu elevato e una nuvola lo sottrasse ai loro sguardi. E mentre lo vedevano salire, due angeli si presentarono loro e dissero: «Questo Gesù, che vi è stato tolto, ed è stato elevato in cielo, ritornerà nella medesima maniera in cui lo avete visto andare in cielo» (Atti degli apostoli 1, 11).
"Sono proceduto dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio il mondo, e vado al Padre" (Giovanni 16, 28).
Gesù Cristo ritornò dal Padre suo «e sedette alla destra di Dio» (Marco 16, 19).
Nell'antichità, chi stava o sedeva alla destra di un sovrano, era partecipe dei suoi poteri e della sua autorità. L'immagine che Gesù Cristo siede alla destra di Dio indica che Lui è partecipe della plenipotenza e magnificenza di Dio, del Padre.
In futuro Gesù Cristo vorrà condividere questa magnificenza con i suoi. Infatti, nella preghiera sacerdotale Gesù pregò: «Padre, io voglio che dove sono io, siano con me anche quelli che tu mi hai dati, affinché vedano la mia gloria» (Giovanni 17, 24). Questa preghiera sarà adempiuta quando Gesù Cristo attirerà a sé i suoi tra i morti e i viventi e quando loro infine saranno per sempre con Lui.
"Poiché vi diciamo questo fondandoci sulla parola del Signore: che noi viventi, i quali saremo rimasti fino alla venuta del Signore, non precederemo quelli che si sono addormentati; perché il Signore stesso, con un ordine, con voce d'arcangelo e con la tromba di Dio, scenderà dal cielo, e prima risusciteranno i morti in Cristo; poi noi viventi, che saremo rimasti, verremo rapiti insieme con loro, sulle nuvole, a incontrare il Signore nell'aria; e così saremo sempre con il Signore" (I Tessalonicesi 4, 15-17).
Sì, tramite lo Spirito Santo, che è la terza Persona della Divinità e che opera oggi nella Chiesa, Gesù Cristo è presente sulla terra anche dopo essere salito al cielo. In questo modo Gesù Cristo adempie la sua promessa: «Io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell'età presente» (Matteo 28, 20).
Gesù disse ai suoi discepoli: «Quando sarò andato e vi avrò preparato un luogo, tornerò e vi accoglierò presso di me, affinché dove sono io, siate anche voi» (Giovanni 14, 3). Gesù Cristo ritornerà, questa volta quale Sposo.
Alla sua rivenuta quale Sposo, tra i morti e i viventi prenderà con sé quelli che hanno ricevuto il dono dello Spirito Santo e che nella comunità della sposa si sono lasciati preparare per questo evento. Il ritorno di Gesù Cristo è vicino.
L'evento della rivenuta di Gesù Cristo è chiamato «giorno del Signore», «giorno di Cristo», «venuta del nostro Signore», «manifestazione della gloria di Cristo», «apparizione», «rivenuta del Signore», «ritorno di Cristo».
Questo evento non è il giudizio finale, bensì il prelevamento della sposa di Cristo per le nozze dell'Agnello.
"Rallegriamoci ed esultiamo e diamo a lui la gloria, perché sono giunte le nozze dell'Agnello e la sua sposa si è preparata" (Apocalisse 19, 7).
Nel Nuovo Testamento si riafferma la promessa del ritorno di Cristo soprattutto nelle lettere degli apostoli. L'apostolo Paolo conclude la sua prima lettera alla comunità di Corinto con il saluto: «Marana tha», che significa: «Il nostro Signore viene!» (cfr. I Corinzi 16, 22).
L'apostolo Giacomo esortò a essere pazienti sino alla venuta del Signore, «perché la venuta del Signore è vicina» (Giacomo 5, 8). Anche nella lettera agli Ebrei si raccomanda pazienza: «Ancora un brevissimo tempo e colui che deve venire verrà e non tarderà» (Ebrei 10, 37).
La seconda lettera di Pietro (cfr. II Pietro 3, 9) si oppone a tutti quelli che negano il ritorno di Gesù Cristo. In questa lettera si esclude pure la possibilità che l'adempimento della promessa del suo ritorno possa tardare.
Lo Spirito Santo è vero Dio. È la terza Persona di Dio, adorata quale Dio e Signore insieme col Padre e col Figlio. Lo Spirito Santo procede da Dio, il Padre e il Figlio. Lo Spirito Santo vive in eterno nella comunione con loro, e come loro opera in modo assoluto.
"Assoluto": le tre Persone della Divinità non agiscono soltanto in un determinato luogo o limitatamente, bensì sempre e ovunque vogliono, sulla terra e nell'aldilà.
Lo Spirito Santo si manifesta quale Persona della Trinità di Dio, inviando, similmente a Dio, il Figlio, delle persone affinché diffondano il Vangelo. In Atti degli apostoli 13, 4 si legge: «Essi dunque, mandati dallo Spirito Santo, scesero a Seleucia, e di là salparono verso Cipro.»
Nelle avversità lo Spirito sta al fianco di quelli che professano il Signore: «Non preoccupatevi … di quello che direte; perché lo Spirito Santo vi insegnerà in quel momento stesso quello che dovrete dire» (Luca 12, 11-12).
Lo Spirito Santo si manifesta agli inviati di Dio: «A noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito, perché lo Spirito scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio» (I Corinzi 2, 10).
Lo Spirito Santo è chiamato anche «Spirito di Dio», «Spirito del Signore», «Spirito della verità», «Spirito di [Gesù] Cristo», «Spirito del Figlio» e «Spirito della gloria». Gesù parlò dello Spirito Santo quale Consolatore e sostegno divino.
Gesù Cristo è Consolatore, sostegno e intercessore dei suoi. Nei discorsi di commiato prima del suo arresto e della sua crocifissione, Lui promise lo Spirito Santo quale ulteriore Consolatore e sostegno: «Io pregherò il Padre, ed Egli vi darà un altro consolatore, perché stia con voi per sempre» (Giovanni 14, 16). Lo Spirito Santo accompagna i credenti e li assiste in ogni circostanza della vita.
Lo Spirito Santo dà chiarezza su ciò che piace a Dio e su ciò che è contrario alla sua volontà. Quale Spirito della verità distingue la verità e la menzogna. Lo Spirito Santo ha cura affinché il messaggio del sacrificio, della morte, della risurrezione e del ritorno di Cristo rimanga conservato attraverso i tempi e sia divulgato.
"Ma quando sarà venuto il Consolatore che io vi manderò da parte del Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli testimonierà di me" (Giovanni 15, 26).
La denominazione "Potenza dall'alto" accenna al fatto che l'operare dello Spirito Santo rappresenta un potente intervento di Dio. Quale «Potenza dall'alto» (Luca 24, 49), lo Spirito Santo pervade l'uomo e lo fortifica nell'intento di vivere secondo il compiacimento di Dio e di prepararsi alla rivenuta di Cristo.
L'operare dello Spirito Santo si manifesta nella circostanza in cui Gesù Cristo è diventato uomo: lo Spirito Santo venne su Maria (cfr. Luca 1, 35) e lei rimase incinta.
Inoltre riconosciamo l'operare dello Spirito Santo, perché Egli concede a persone umane di accedere a verità divine (rivelazioni e conoscenze). A tal riguardo Gesù disse: «Lo Spirito Santo, che il Padre manderà nel mio nome, vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto quello che vi ho detto» (Giovanni 14, 26). Pertanto oggi viviamo l'operare dello Spirito Santo nella predica e perché mantiene viva la promessa del ritorno di Gesù Cristo.
Gli apostoli compiono i loro incarichi perché sono pervasi dallo Spirito Santo. «Detto questo, [Gesù] soffiò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo!» (Giovanni 20, 22).
Occorre fare una distinzione tra lo Spirito Santo quale Persona della Divinità e lo Spirito Santo quale dono di Dio.
Lo Spirito Santo quale dono di Dio è un regalo di Dio e una potenza che procede dalla Trinità divina. Il credente che riceve questo dono è nello stesso tempo pervaso dall'amore di Dio.
I battezzati che ricevono lo Spirito Santo quale dono di Dio, ottengono con ciò la figliolanza di Dio.
Dio concede il dono dello Spirito Santo tramite l'imposizione delle mani e la preghiera di un apostolo. Un esempio in tal senso sono gli avvenimenti in Samaria.
"Allora gli apostoli, che erano a Gerusalemme, saputo che la Samaria aveva accolto la Parola di Dio, mandarono da loro Pietro e Giovanni. Essi andarono e pregarono per loro affinché ricevessero lo Spirito Santo; infatti non era ancora disceso su alcuno di loro, ma erano stati soltanto battezzati nel nome del Signore Gesù. Quindi imposero loro le mani, ed essi ricevettero lo Spirito Santo" (Atti degli apostoli 8, 14-17).
Sì, quando nell'Antico Testamento si legge dello «Spirito di Dio», è inteso lo Spirito Santo. Tuttavia, non è ancora presentato quale Persona divina.
Sì, nella Sacra Scrittura vi sono molteplici testimonianze concernenti l'operare dello Spirito Santo ai tempi dell'Antico Testamento. Lo Spirito Santo indusse delle persone ad agire quali strumenti secondo la volontà di Dio. Per esempio operava nei profeti dell'Antico Testamento e parlava per tramite loro. Grazie allo Spirito Santo si ebbero profezie che concernevano la venuta del Messia.
No, ai tempi dell'Antico Testamento lo Spirito Santo pervadeva le persone soltanto temporaneamente. Quale dono sacramentale lo Spirito Santo poté essere ricevuto soltanto dopo il sacrificio meritorio di Gesù Cristo.
Il cinquantesimo giorno dopo Pasqua, a Pentecoste, lo Spirito Santo si riversò sui discepoli di Gesù riuniti a Gerusalemme.
La Bibbia racconta: «Quando il giorno della Pentecoste giunse, tutti erano insieme nello stesso luogo. Improvvisamente si fece dal cielo un suono come di vento impetuoso che soffia, e riempì tutta la casa dov'essi erano seduti. Apparvero loro delle lingue come di fuoco che si dividevano e se ne posò una su ciascuno di loro. Tutti furono riempiti di Spirito Santo» (Atti degli apostoli 2, 1-4).
Lo Spirito Santo pervase gli apostoli e tutti quelli che erano con loro come un dono duraturo, quale forza dall'alto (cfr. Luca 24, 49).
Sì, lo Spirito Santo opera fino ai giorni nostri. In questo modo noi sperimentiamo la presenza di Dio.
Il Signore stesso fece riferimento al futuro operare dello Spirito Santo, dicendo: «Quando però sarà venuto lui, lo Spirito della verità, egli vi guiderà in tutta la verità […], dirà tutto quello che avrà udito, e vi annuncerà le cose a venire» (Giovanni 16, 13).
Lo Spirito Santo opera là, dove si crede in Gesù Cristo, dove si professa che Lui è il Signore e dove si conduce una vita secondo la sua volontà.
Sì, tutte e tre le Persone divine operano nei sacramenti. Perciò, ogni volta che agisce la Trinità di Dio, è coinvolto anche lo Spirito Santo quale Persona della Divinità.
I sacramenti sono somministrati nel nome e nella potenza del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. In questo modo i sacramenti hanno un'efficacia che può offrire salvezza.
Gli apostoli sono inviati da Gesù Cristo. Per tramite loro Lui offre agli uomini la salvezza. Gli apostoli esercitano il loro ministero con la forza dello Spirito Santo. Questo si esprime nella dispensazione dei sacramenti, nell'annuncio del perdono dei peccati, nella divulgazione del Vangelo e nel mantenere viva la promessa del ritorno di Cristo.